Bettini: «Cari Riformisti basta tattichette, il vero riformismo è la lotta per l'uguaglianza»

Nella serie di interviste de Il Riformista sul presente e il futuro del Partito democratico e della sinistra, è stato chiamato in causa più volte e da più parti, a sostegno e contro le sue affermazioni. Goffredo Bettini fa discutere come pochi altri. Ora con Il Riformista, risponde. E, ci scommettiamo, tornerà a far discutere.




Era un po’ di tempo che la sua voce mancava. Afonia politica?

Dal momento della formazione del governo Draghi, al quale sono seguite le drammatiche dimissioni di Nicola Zingaretti e l’elezione del nuovo segretario Enrico Letta, non ho quasi più parlato pubblicamente. Tanto impegnato nella fase precedente, ho trovato più misurato e utile far decantare la situazione. Su un esame più attento degli ultimi due anni e sulle prospettive future della sinistra il 14 di aprile sarà presentato il manifesto delle Agorà, l’associazione politica e culturale che ho contribuito con tanti altri e altre a organizzare e promuovere. Rimando, a quell’occasione un confronto di più ampio respiro. Eppure, per procedere nell’oggi, vale la pena rispondere alle polemiche che in questi mesi sono prosegui[1]te, circa alcune scelte di fondo alle quali ho creduto e per le quali ho combattuto.

Da più parti si sono levate critiche nei confronti del Pd. Siete sotto attacco?

Il fatto che mi colpisce è il carattere astratto e ideologico che sottende questa vera e propria offensiva, che ha un valore di posizionamento interno al Pd. Tutto il contrario della pacata ragionevolezza, dell’analisi “differenziata” che ci si aspetterebbero da un riformismo illuminato.

Una delle critiche più serrate riguardano l’alleanza con il Movimento 5 Stelle. Per molti un’alleanza politicamente contronatura. Certa narrativa giornalistica, e non solo, la indica come l’architetto di questo asse Pd-5Stelle. Come nasce questa alleanza?

Dopo la crisi del governo Conte I lo sbocco più naturale sembravano essere le elezioni politiche. Lo stesso Zingaretti era propenso a questo esito. Tuttavia in quel frangente Renzi, con abilità, mise in campo una svolta tanto repentina quanto, poi si vedrà, prevalentemente tattica. Invocò un governo anche con il movimento di Grillo, per evitare di consegnare l’Italia a Salvini e alla Meloni, per non aumentare l’iva, per eleggere un presidente della Repubblica democratico. Il giorno successivo, replicai che se si doveva baciare il “rospo”, sarebbe stato meglio tentare un’operazione politica e di governo in grado di concludere l’intera legislatura. Un tentativo, ambizioso, difficile ma, a certe condizioni, in grado di dare una prospettiva alla nazione, in quel momento disorientata e in difficoltà. Il fondamento del mio ragionamento era: impedire alla destra sovranista di stravincere, come sarebbe stato inevitabile senza una nostra iniziativa; ma anche azzardare un passo in avanti di tutta la politica italiana. Il Pd, dopo il disastroso risultato delle elezioni politiche del 2018 era, infatti, isolato, senza politica, conchiuso in una posizione boriosa e inconcludente. Circondato da una marea populista considerata erroneamente come un blocco unico, impenetrabile e inamovibile. Al contrario, un nuovo governo anche con i 5 Stelle, avrebbe potuto rompere la presunta omogeneità del populismo italiano. Dividerlo tra quello radicato nei valori tradizionali della destra vecchia e nuova, e quello più contraddittorio, anche se radicale. Di sinistra e di destra, in una amalgama confusa. Figlio per lo più dei nostri errori, delle nostre debolezze e dei nostri troppi silenzi. Un’operazione, per certi aspetti, di valore storico: perché la sola capace di ricomporre una prospettiva di alternativa al sovranismo, alla xenofobia, all’intolleranza, alle pulsioni più anti liberali. E tale operazione poteva riportare il Pd ad attraversare il popolo italiano così com’è. Con le sue rozzezze, rabbie, diffidenze. In un corpo a corpo, anche con i nostri alleati grillini, alla fi ne benefico per entrambi. Questa sfida convinse l’insieme del partito. Lo stesso Zingaretti l’ha successivamente affrontata in modo collegiale, convinto, efficace.

Eppure a un certo tempo qualcosa s’inceppa.

Nel corso del tempo è cresciuta in Renzi e in una parte del Pd una insofferenza rispetto alla nuova alleanza. Più dettata dall’esigenza di un posizionamento interno e da argomentazioni pregiudiziali, piuttosto che da una sincera valutazione dei fatti. Peraltro, queste posizioni critiche non sono state mai, sottolineo mai, accompagnate da una proposta diversa, praticabile e credibile. Il governo Conte II nel susseguirsi dei mesi ha mantenuto un alto gradimento degli italiani. Ha affrontato con dignità la tempesta pandemica e la drammatica crisi economica conseguente. Il Movimento 5 stelle ha cambiato moltissimo delle sue impostazioni iniziali. Sull’Europa. Sull’utilizzo della scienza nell’affrontare l’emergenza sanitaria. Sulla necessità di dare una curvatura sociale e di giustizia agli interventi di sostegno all’economia e alla popolazione. Quale subalternità avremmo praticato, se sulle questioni decisive della collocazione italiana è prevalsa la nostra visione? Per carità: errori e ritardi non sono mancati. Ma questa è la sostanza del governo Conte II? Oppure essi sono stati gli effetti collaterali di un’impresa che sapevamo fi n dall’inizio difficile ma che, pur tra mille fatiche, stava in cammino nella direzione auspicata dal Partito democratico?

Insisto: dentro e fuori il Pd si è levata l’accusa di aver accettato compromessi al ribasso pur di salvare quest’alleanza.

Accettare compromessi mentre avanza la propria strategia, è il contrario della subalternità. La subalternità è l’enunciazione stanca e impotente della propria tavola di “principi” (quali “principi”?) mentre i processi reali, non diretti, vanno da un’altra parte. Anche la polemica circa il carattere “strategico”, “strutturale, “organico” del rapporto con il Movimento 5 stelle, per il quale mi sarei battuto è stata la distorsione di una posizione che mi è stata volutamente attribuita per amor di polemica. Non c’è una sola occasione nella quale abbia definito in questi due anni l’alleanza con il movimento di Grillo, nei termini appena ricordati. Ho parlato, piuttosto, della necessità di un’alleanza politica, che vedevo procedere a rilento e con troppa incertezza. Quando si decide di governare il paese insieme per un’intera legislatura, occorre schiettezza e responsabilità. Non si governa dicendo che il tuo alleato fa schifo. Da nemici. Questo ho detto. Perché un governo ha bisogno di una unità di visione, di sfumare le “visibilità” inutili, propagandistiche e messe in campo per ragioni di partito. Ha bisogno di generosità.

Queste ragioni archiviano il sistema elettorale maggioritario?

Nei mesi passati ho affermato apertamente di preferire un sistema elettorale proporzionale. Esso poteva e doveva garantire a tutti i contraenti di una possibile maggioranza di governo, l’esercizio pieno di una propria sovranità, di un proprio rapporto con l’elettorato, di un proprio profilo culturale e politico. Forze parallele, distinte, che dopo l’esito elettorale, possono stabilire un’intesa di governo, un compromesso alto, scegliendo la leadership sulla base dei rispettivi rapporti di forza. Oggi Enrico Letta, interpretando un vasto sentimento degli elettori democratici, ha rilanciato uno schema elettorale maggioritario. Ammiro il geometrico ragionamento che il segretario del Pd ha svolto per definire i contorni del rapporto, che ha ribadito fondamentale, con il Movimento 5 stelle e con l’insieme delle forze del centro sinistra. Sostengo, dunque, questa nuova scelta. Ma ai fautori “dell’orgoglio” del Pd, in chiave di rifiuto dell’alleanza che ha sostenuto il governo Conte II, ricordo che questo schema maggioritario va gestito con molta cura perché presenta insidie. Esso si, potrebbe determinare un’alleanza “costretta” e “strategica” con il Movimento 5 stelle, in virtù della medesima natura del meccanismo elettorale. Confido nell’intelligenza di Enrico Letta, che nei suoi primi passi mi è parso convincente, autorevole e molto corretto. Confido in lui, ed anche in Conte, che dovrà rifondare il movimento di Grillo. Confido che non emerga una sovrapposizione di elettorati, di riferimenti sociali, di parole d’ordine. Perché la somma tra noi e i nostri alleati dovrà ampliare i confini del centrosinistra e non raggrumare tutte le leadership attorno al medesimo e statico “francobollo” di consenso elettorale.

Come vede l’entrata del M5S nel gruppo dei Socialisti e democratici europei? Anche su questo le posizioni nel Pd e nell’area di sinistra sono divergenti.

Per il ragionamento che ho fin qui esposto, considero da valutare bene questa ipotesi. Piuttosto una collaborazione con il gruppo verde sembra a me più chiara, coerente ed elettoralmente produttiva.

In queste settimane c’è stato un altro motivo dominante di polemica. La sua presunta “enunciazione” nella crisi di governo: “o Conte o morte”. Come la mettiamo?

Mai usata tale formulazione. Rivendico, invece, di aver difeso fi no all’ultimo la possibilità della formazione di un Conte III. Per la natura positiva che il governo Conte II ha avuto per l’Italia. Per la disponibilità dimostrata dallo stesso Conte di rilanciare e riorganizzare l’azione di governo, su spinta del Partito democratico e dell’insieme dell’alleanza. Per il fatto che Conte ha mantenuto costantemente un consenso nell’opinione pubblica. E ancora: perché tradirlo all’ultimo momento avrebbe compromesso la prospettiva politica e di alleanza costruita dal Pd. Perché, infine, se fosse caduto, come poi a causa di Renzi è stato, non ci sarebbe stata altra strada politica da perseguire, ma sarebbe stato inevitabile il voto. Tant’è che, aperta la crisi e una volta stabilito in modo ragionevole ma non obbligato che era impraticabile andare al voto, il trauma è stato superato decretando uno stato di “eccezione” e non una nuova maggioranza politica. Una limitazione della sovranità dei partiti, con ricorso ad una personalità di grande prestigio e capacità che ha varato un nuovo governo del Presidente, con tutto quello che ne consegue. E aggiungo, che se non avessimo mantenuto lealmente fino allo stremo l’asse politico del Conte II, non sarebbe stato neppure possibile un sostegno dell’insieme della precedente maggioranza di governo, alla formazione del governo Draghi. Bene. Siamo qui a sostenere Draghi, sapendo che il suo esecutivo è transitorio, preparatorio a una futura inevitabile e salutare sfida tra destra e sinistra. Credo che di questo sia pienamente consapevole lo stesso Draghi, che non va logorato in una sorta di stanco governo di unità nazionale, piuttosto spinto e aiutato a portare a termine alcuni decisivi adempimenti economici e sanitari.

In queste settimane, una delle narrazioni politiche che va per la maggiore è l’affermazione che il riformismo di Draghi è il riformismo del Pd. Insomma, il Pd coincide con il governo Draghi.

A parte questo entusiasmo di sapore un po’ “sovietico” che fa coincidere il partito con il governo, mi pare che ci sia qualcosa di politicamente sbagliato in tale posizione. Sarebbe ora che finisse questa ricerca di una purezza del riformismo, che sembra coincidere sempre di più con il nostro allontanamento dallo scontro sociale, dai conflitti in campo, dalla fatica di “rimuovere” gli ostacoli per il raggiungimento di un’autentica giustizia e libertà. C’è riformismo e riformismo. Il nostro riformismo progressista radicato nella storia consiste nell’accorciare le distanze tra chi sta sotto e chi sta sopra. Tra tante parole alla moda, questo concetto così chiaro in Carlo Rosselli, secondo il quale non esiste vera libertà senza giustizia, pare disperso. Eppure è la questione palpitante della modernità: dove le ingiustizie stanno diventando abissali e l’incoscienza “vegetativa” e priva di calcolo delle sole logiche produttive può portare alla distruzione del pianeta, sul piano della praticabilità ambientale e della sopravvivenza della specie.

Otre al tema dell’identità, Enrico Letta sin dalla sua investitura a segretario, ha posto tra le priorità della sua segreteria, il tema del partito. Un tema che è tornato con forza nel dibattito su questo giornale

Ha ragione Letta. Basta: governo, governo e solo governo. Senza il governo ci sentiamo nudi e impotenti. Al contrario la nostra lotta va condotta dall’alto e dal basso. Servono buoni generali ma anche fanterie coraggiose, intelligenti, in condizione di decidere. Si dice che è insostenibile nel Pd l’invadenza delle correnti. Lo sostengo un po’ solitariamente da tanti anni. Ma esse sono il frutto di una soggettività perversa, o alla fi ne sono state la soluzione inevitabile per tenere in piedi in qualche modo un organismo che complessivamente veniva meno? La questione è aperta. Bisogna andare alla radice. Ricostruire un tessuto nel quale le correnti possano trasformarsi in aree politiche e di pensiero, slegate dagli organigrammi e da decisioni dirette sul potere. Questo, tuttavia, è possibile se lo scettro della sovranità della decisione politica si riporta anche ai nostri iscritti. Non rimane chiuso nelle mani di caminetti, for[1]mali o informali, che alla fi ne decidono tutto, spesso in compromessi confusi. Deve diventare normale e costante dentro il partito una pratica democratica di consultazione, di partecipazione e di decisione degli iscritti nell’esercizio della loro responsabilità personale. Occorre mischiare, scomporre e ricomporre in continuazione le aree politiche, nelle “agorà”. Da attivare con campagne nazionali su temi e dilemmi significativi, sollecitando una partecipazione deliberativa alla base del partito e, in alcuni casi, tra i cittadini nostri elettori. Questo deve avvenire non solo nel “luogo” del circolo; ma in un ospedale, una scuola, una università, una fabbrica, una piazza comunale, un grande centro commerciale. Il nostro popolo non lo riconquisteremo mai con la pedagogia, l’intervento esterno, i programmi giusti, le parole d’ordine accattivanti ma alla fine inerti. Lo potremo riconquistare attraversando il disagio e il disorientamento delle persone, anche quelle che aderiscono al Partito democratico. Facendole contare, dando loro responsabilità e potere. Forse, a questa condizione potrà invertirsi il progressivo arretramento antropologico, che ci sta investendo. E si potranno ristabilire i canali di rappresentanza e di dialogo tra l’alto e il basso, attualmente così spezzati.

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