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E la chiamano giustizia. L’incubo e il calvario di Lamberto Quarta

Intervista di Antonello Sette, per #SprayNews, a Lamberto Quarta, già Segretario Generale della Regione Abruzzo



Lamberto Quarta, la sua è una storia di straordinaria ingiustizia. E di una vita spezzata in due, per sempre. Quando ha inizio il suo calvario? Ero il Segretario generale della Giunta della Regione Abruzzo. Il 14 luglio 2008 mi arrestano insieme al Presidente della Regione Ottaviano del Turco e ad altri componenti della Giunta e del Consiglio regionale. La chiamano la Sanitopoli abruzzese. I capi di imputazione erano trenta, un numero spropositato, da plotone di esecuzione, più che da tribunale di giustizia. Per essere assolto con formula ampia da tutte le accuse ho dovuto aspettare nove interminabili anni. Tutte le accuse sono state smontate. A carico di Del Turco è rimasta appesa una sola condanna, per qualcosa che avrebbero provato solo indirettamente. Come a dire, sì, non ci sono le prove, ma qualcosa deve pure aver fatto. Quanto a me, prima che uscissi indenne dalle trappole e dalle sofferenze della Sanitopoli d’Abruzzo, hanno pensato bene di catapultarmi in un'altra inchiesta e in un altro inferno. Il nome prescelto questa volta era Caligola, l’imperatore romano, che morì assassinato. E’ il 7 gennaio 2012 . Mi arrestano per una seconda volta. Il capo di imputazione questa volta è uno solo. Fumoso, arzigogolato, supponente. La supposizione riguardava una società di consulenza, Ecosfera, con cui collaboravo dopo essermi dimesso da ogni incarico in seno alla Regione Abruzzo. Ecosfera si era aggiudicata una regolare gara, mai impugnata da nessuno, finalizzata a dare assistenza alla Regione Abruzzo. Girando e rigirando la frittata, avrebbero scoperto che Ecosfera aveva preventivamente affidato un incarico al coniuge di una dipendente della Regione Abruzzo, che naturalmente per ragioni professionali avevo avuto il piacere di conoscere. Mia colpa, mia gravissima colpa. Caligola fu assassinato quattro anni dopo l’inizio del suo impero. Lei quanto ho dovuto aspettare? Nove anni esatti. Dal 7 gennaio 2012 a ieri l’altro, 16 gennaio 2021. Il fascicolo, che mi accusa, parte da Pescara, dallo stesso pool della Sanitopoli abruzzese. Sono loro che fanno le indagini, salvo poi trasferire tutto e tutti ai colleghi dell’Aquila per manifesta incompetenza territoriale. All’Aquila le indagini vengono riaperte, all’infinito. Nel 2015 finalmente il fascicolo sembra chiudersi e si celebra, udite udite, la prima udienza preliminare. Il giudice rinvia tutti a giudizio, indistintamente. Alcuni imputati, che scelgono il rito abbreviato, sono assolti. Seguono decine di rinvii fino a quando nel 2019, con sette anni di ritardo, inizia il processo. Spero di potermi finalmente difendere da accuse strampalate e ingiuste. La mia speranza dura lo spazio di un mattino. Il Collegio giudicante annulla, udite udite, tutti gli atti. A suo insindacabile giudizio i capi di imputazione sono confusi, incongruenti e inattendibili. Gli atti tornano al pubblico ministero. Si ricomincia. A quel punto, che cosa fa il pubblico ministero, a cui, dopo sette anni, hanno d’emblée restituito il pacco pieno di accuse confuse, incongruenti e inattendibili? Elimina dal fascicolo i capi di imputazione più a capocchia e procede a una riformulazione posticcia. E poi, di fatto, non impedisce che le accuse riformulate cadano in prescrizione. E l’altro ieri ha formalmente richiesto l’estinzione del processo per intervenuta prescrizione.

A lei e alla sua famiglia che cosa rimane di tutta questa incredibile vicenda?

Molti indagati dicono “ho fiducia nella giustizia”. Il punto non è questo. La giustizia è in mano agli uomini. E ci sono uomini corretti e altri che non lo sono. Non tutti magistrati esercitano il loro mandato in nome della giustizia. Né di quella con la “G” maiuscola, né di quella con la “g” minuscola. La giunta Del Turco doveva sparire ed è sparita.

Sì, ma le chiedevo delle cicatrici non rimarginate… Dodici anni sono tanti. Nel frattempo, ho perso il mio lavoro, ho assistito impotente a traumi familiari indescrivibili, ho abbandonato ovviamente ogni impegno politico. La mia vita è stata irrimediabilmente stravolta. Ho capito sulla mia pelle che qualsiasi cittadino, politico o non politico, di fronte alla violenza di atti giudiziari, che poi magari si rivelano inconsistenti, è in uno stato di ordinaria inferiorità. Non ha né i mezzi né la possibilità di difendersi. Il pubblico ministero può avvalersi della polizia giudiziaria, nominare consulenti e ordinare intercettazioni. Tutti costi a spese dello stato. Chi sta dall’altra parte della barricata deve affrontare spese legali che lievitano a dismisura, in un processo infinito come il mio. Ho chiesto un risarcimento per la mia ingiusta detenzione. Servirà a lavare la coscienza sporca di qualcuno. Non a cambiare la sostanza. Ho letto il libro di Sallusti con l’intervista a #Palamara, che peraltro mette nel conto della giustizia sospetta anche la dolorosa vicenda di Ottaviano Del Turco. Non mi interessa sapere le ragioni per cui abbia deciso di vuotare il sacco. Mi basta sapere che il Sistema esiste. Quel Sistema ingiusto e persecutorio, che ha spezzato in due la mia vita. Senza un perché. Senza chiedermi scusa.




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