Esce oggi il libro di Luca Palamara che ci descrive la magistratura più corrotta del mondo

Il racconto di come nasca il caso Consip e prima ancora di quando il partito dei Pm decide di punire Matteo Renzi presuntuoso fi no al punto di pensare di potersi non sottomettere




IELO ERA NELL'UFFICIO DI WOODCOCK IL GIORNO IN CUI INIZIO' CONSIP?

Quante rivelazioni sugli intrecci fra toghe!


“Quando, il 16 dicembre 2016, la procura di Napoli apre l’inchiesta Consip con l’interrogatorio del manager Luigi Marroni, nella stanza con Woodcock è presente anche un magistrato della procura di Roma, Paolo Ielo, braccio destro di Pignatone: un mistero nei misteri. È uno scontro tra procure senza precedenti, ma soprattutto è un grande giallo, anzi un noir, di cui ancora oggi non conosciamo la fi ne, con carte che girano e quindi fughe di notizie, tutti che parlano con tutti. Una vera Babele, altro che inchiesta giudiziaria. (…) Il 5 luglio del 2018 – ne ho traccia – il leader della corrente di sinistra, Giuseppe Cascini, mi vuole incontrare per annunciarmi che su Woodcock il Csm si deve fermare. (Si trattava di decidere se prendere provvedimenti disciplinari per alcuni presunti atteggiamenti scorretti assunti nel caso Consip, ndr). Ci incontriamo al bar Settembrini del quartiere Prati di Roma. Mi parla di un’intercettazione tra Legnini, vicepresidente del Csm e quindi arbitro della contesa, e l’ex onorevole Cirino Pomicino, in cui Legnini parla molto male del pm napoletano, in possesso dello stesso Woodcock, che è intenzionato a renderla pubblica per dimostrare che il Csm ha un pregiudizio nei suoi confronti. Riferisco la cosa a Legnini che sbianca, mi conferma che in effetti lui ha avuto un colloquio con Pomicino al bar Florian, nei pressi del Csm, in cui si è lasciato andare a giudizi negativi e anticipatori della sentenza nei confronti di Woodcock. Teme una campagna stampa violenta nei suoi confronti se la notizia dovesse trapelare (…) Ma non è finita. Mi consulto con il procuratore Pignatone, che mi conferma tutto. (...). Per mettere una pezza suggerisco a Legnini di parlare con il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, che io e lui avevamo appoggiato per la nomina e che in teoria dovrebbe mostrarsi riconoscente. Parlo con il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio per farci spiegare da Melillo gli esatti termini della vicenda e sondare il Quirinale. Melillo pochi giorni dopo incontra Legnini, è molto freddo e non ha nessuna intenzione di sbilanciarsi. Fuzio parla con il Quirinale e mi consiglia di non forzare: il disciplinare va rinviato, in quel momento Woodcock va salvato. E così sarà.


Esce domani nelle librerie il volume intitolato “Il sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana”, Rizzoli, pagine 288, euro 19. Si tratta di un’intervista a Luca Palamara curata da Alessandro Sallusti. Per concessione dell’editore pubblichiamo un ampio stralcio del capitolo “Il Rottamatore”


Il 21 aprile 2015 Matteo Renzi è nel suo ufficio a Palazzo Chigi, nel pieno dei suoi poteri e al massimo del suo successo politico. «Basta palude, avanti su tutto» twitta apostrofando le resistenze di parte dei suoi e delle opposizioni alla nuova legge elettorale, l’Italicum. Quello stesso giorno due ufficiali dei Carabinieri, che fanno parte della squadra di polizia giudiziaria del procuratore di Napoli Henry John Woodcock, entrano nell’ufficio del procuratore di Modena Lucia Musti con un enorme faldone di intercettazioni telefoniche e informative, composto da ben undici capitoli che coinvolgono anche personaggi, per la verità minori, del mondo cooperativo modenese. L’inchiesta è denominata Cpl Concordia, riguarda presunte tangenti per la metanizzazione dell’isola di Ischia ed è considerata la madre della successiva inchiesta Consip. Uno dei due carabinieri è il capitano Giampaolo Scafarto, che poi, vedremo come e perché, finirà nei guai. L’altro è il colonnello Sergio De Caprio, più noto come il «Capitano Ultimo», l’uomo che il 15 gennaio del 1993, a Palermo, arrestò Salvatore Riina, il capo dei capi della mafia, e a cui Raoul Bova dette un volto nella fortunata miniserie televisiva andata in onda nel 1998. Secondo quanto riferito dalla Musti il 17 luglio 2017 davanti alla commissione disciplinare del Csm, che stava valutando le accuse a Woodcock per una fuga di notizie sensibili, i due carabinieri le dicono: «Questa è una bomba, si arriverà a Renzi». Ricordo bene, io facevo parte di quella commissione che stava ascoltando la Musti e giudicando Woodcock. Esattamente le parole messe a verbale dalla Musti sono: «I due mi dicono: “Dottoressa lei ha una bomba in mano, se vuole può fare esplodere la bomba”». In realtà la bomba era già in pieno possesso della procura di Napoli, che era pronta a farla esplodere autonomamente, come poi avvenne, ma non complichiamo la storia. Anzi, per capirla bisogna fare un passo indietro, al 21 febbraio 2014, giorno in cui Matteo Renzi, disarcionato Enrico Letta, sale al Quirinale da Napolitano per sottoporgli la lista dei ministri del suo governo. E compie il primo, grave e decisivo passo falso, almeno per quanto riguarda la magistratura. Ce lo ricordiamo quel giorno: Renzi varca la porta dello studio del presidente, le telecamere e i giornalisti fuori ad attenderlo ma inspiegabilmente per oltre due ore lui non esce, un tempo anomalo per quel tipo di formalità. Esatto. Tutti con il fiato sospeso perché Napolitano si rifiutava di firmare la nomina proposta da Renzi di Nicola Gratteri a ministro della Giustizia. Come si arrivò lì lo ha raccontato lo stesso Gratteri il 20 febbraio del 2020, durante la trasmissione televisiva di Martedì di Giovanni Floris, presenti lei Sallusti e il direttore dell’«Espresso» Marco Damilano. Gratteri disse che il giorno prima della formazione del governo lo chiamò Graziano Delrio, maggiorente del Pd renziano, e lo convocò con urgenza a Roma per un incontro con Renzi, che non aveva mai conosciuto. Parlarono per oltre due ore – «mi fece “un interrogatorio”» dirà scherzando – e alla fi ne Renzi gli propose di fare il ministro. Lui pose solo una condizione: carta bianca per ribaltare il sistema della giustizia, e Renzi accettò. Ecco, quello è il punto decisivo. La cosa si seppe, perché Roma è sì tanto grande ma certe notizie girano veloci come in un borgo. Poteva un «Sistema» che aveva combattuto e vinto la guerra con Berlusconi e le sue armate farsi mettere i piedi in testa da Matteo Renzi e da un collega, molto bravo ma anche molto autonomo, fuori dalle correnti e per di più intenzionato a fare rivoluzioni?


A occhio direi di no.


E infatti non era possibile. Si muovono i pezzi da novanta del «Sistema», il Quirinale è preso d’assalto dai procuratori più importanti – lo stesso Pignatone mi confiderà di aver avuto in quelle ore contatti – e dai capicorrente. Napolitano prende atto che la cosa non si poteva fare. Renzi, che come si vedrà non aveva capito che razza di potere ha la magistratura, testardo, sale al Colle con quel nome. Dico questo non in base a supposizioni, ma per i numerosi contatti che ho avuto in quelle ore. Gratteri, che è il più sveglio di tutti, non vedendo la porta di Napolitano aprirsi nei tempi dovuti capisce al volo, come vi ha raccontato da Floris, cosa sta succedendo. Successivamente avrò conferma dai diretti interessati che il mondo della magistratura, tra cui il procuratore Pignatone, ha fatto arrivare al presidente Napolitano un segnale di non gradimento nei confronti di Nicola Gratteri. Ma Gratteri non era un problema solo in quanto Gratteri.


E allora qual era il problema?


Che Renzi con quella mossa sfida il sistema delle correnti e dei grandi procuratori, che da sempre vengono consultati preventivamente dal premier incaricato o da chi per lui per dare il gradimento a un nuovo ministro della Giustizia. Dopo aver asfaltato, o almeno pensato di aver asfaltato il Pd, Renzi prova a fare altrettanto con la magistratura: qui ora comando io. E no, non funziona così.


Detto da uno che è indicato come il fondatore della corrente renziana dentro la magistratura…


Mi avesse chiesto consiglio allora… Scherzo, ma non più di tanto. Nel nostro mondo non si può entrare a gamba tesa, ti fai solo del male. E lui, non pago del caso Gratteri, poco dopo essersi insediato a Palazzo Chigi mette sul tavolo la questione delle ferie eccessive e della responsabilità dei giudici. E a quel punto si scava la fossa.


Lei mi sta dicendo che l’azione penale contro un presidente del Consiglio dipende dalla sua politica sui temi della giustizia?


Be’, la stagione della contrapposizione a Berlusconi qualche cosa avrebbe dovuto insegnare a Renzi. Perché prima di lui Enrico Letta e dopo di lui Paolo Gentiloni sono usciti indenni dalla loro presidenza? Perché erano immacolati? Può essere, ma è una risposta semplicistica. Il motivo principale è che non hanno sfidato i magistrati. Renzi invece commette l’errore di pensare che, essendo lui il segretario del Pd, la magistratura, a maggioranza di sinistra, sarebbe stata al suo fi anco a prescindere. Non capendo che sì, la magistratura è quella cosa lì, ma i suoi riferimenti non erano i giovani del Giglio magico, i Lotti e le Boschi come i Gratteri o i Cantone, ma il vecchio apparato comunista e postcomunista che lui stava rottamando. Parliamo di gente che al Partito comunista prima e al Pd poi la linea la dettava, non la subiva. Di colleghi che sono inorriditi di fronte al patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi. Insomma, la sinistra giudiziaria, o più correttamente il massimalismo giustizialista, stava perdendo i suoi riferimenti politici e reagì in soccorso di quel mondo politico e culturale che li aveva generati. A tal proposito le parole di Piergiorgio Morosini mi sembrano eloquenti.


Piergiorgio Morosini, autorevole magistrato di sinistra, membro del Csm, già segretario di Magistratura democratica, nonché gip nell’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia.


Proprio lui. In un’intervista «non autorizzata» con la giornalista del «Foglio» Annalisa Chirico, alla vigilia del referendum costituzionale del 2016, che per volontà del premier è anche un referendum su Renzi, Morosini usa parole violente: «Bisogna guardarsi bene da una deriva autoritaria di mestieranti assetati di potere e per questo al prossimo referendum bisogna votare no».


Una dichiarazione di guerra.


La guerra era già iniziata sul fronte giudiziario, non dimentichiamo quel «dottoressa lei ha una bomba» dell’anno precedente. L’assalto finale è in modo esplicito anche politico, perché il Pd andava restituito ai suoi legittimi proprietari. (...)


Torniamo alle vicende giudiziarie. Prima del caso Consip, vediamo la questione delle inchieste sui genitori di Renzi.


Alla procura di Genova giaceva una denuncia che riguardava due fatture sospette di una loro società dichiarata fallita nel 2014, se non sbaglio una da 20.000 e una da 140.000 euro. Il fascicolo era fermo perché dimenticato insieme a centinaia di altri fallimenti? Perché erano i genitori del sindaco di Firenze, che non dava fastidio a nessuno e, anzi, casomai era meglio tenerselo buono? Sta di fatto che, non necessariamente per colpa di qualcuno, quello giaceva dimenticato in mezzo ad altre centinaia di fascicoli tributari e fallimentari come normalmente avviene negli uffici giudiziari. Quando Renzi diventa premier e tenta di imporre Gratteri, prova a mettere becco sulle nostre ferie, oltre a pensare alla responsabilità civile dei giudici o ancora a flirtare con Berlusconi e fare fuori Bersani, ecco che qualcuno si ricorda dell’esistenza di quel fascicolo e di altri pasticci gestionali che i genitori di Renzi avevano combinato nei primi anni Duemila. Manna dal cielo, come Ruby per Berlusconi. E così un banale fallimento, come ce ne sono migliaia sepolti chissà dove, diventa il caso di Stato.


Parliamo pur sempre di un reato.


Certamente, ci mancherebbe. L’inchiesta è assolutamente legittima, ma l’accelerazione degli accertamenti e il dispiego di forze per farli in concomitanza con l’arrivo del figlio a Palazzo Chigi davvero mirano unicamente a dare giustizia ai creditori? Diciamo bene come funzionano le cose.


Ecco, diciamolo.


Sì, ma giriamola su di me, così evitiamo guai: parliamo non dei coniugi Renzi, ma in generale di un meccanismo che ben conosco e ho visto più volte applicare. Io, Luca Palamara, vado in ufficio e negli armadi ho centinaia di fascicoli che noi chiamiamo «comuni», nel senso che hanno scarso peso specifico, quali per esempio possono essere quelli su fatture sospette. Mi rendo conto che uno di questi riguarda il parente di una persona famosa e potente, vado a prenderlo e inizio a leggere le carte che prima non avevo mai letto, perché, per parlare con onestà, non sempre un magistrato legge tutto. Inizio ad approfondire e delego l’indagine al mio ufficiale di polizia giudiziaria, cioè a un carabiniere o a un finanziere, e decido se avvisare o meno il mio procuratore capo. Ma c’è capo e capo. Ci sono quelli che dicono «dammi qua che ci penso io» e quelli che lasciano fare per non avere rogne. E lo stesso vale per l’ufficiale di polizia giudiziaria, che potrà bussare o no alla porta del suo superiore: «Guardi che ho per le mani». Il quale – come tutti gli attori di questa catena – potrebbe bussare o non bussare alla porta del parente importante, oppure a quella del giornalista amico. Come finisce? Che uno di questi signori, per un verso o per l’altro, diventerà qualcuno.


Chiaro, ma torniamo all’inizio, all’inchiesta con cui, non sui genitori ma sugli appalti, si mira a Matteo Renzi.


Quella sulla Cpl Concordia, la società che deve metanizzare la Campania, è una maxi inchiesta che nel 2015 il pm napoletano Woodcock annuncia con squilli di tromba che lasciano intendere grandi cose: già dai primi giorni si sussurra che si arriverà a D’Alema ma pure a Renzi, «la bomba» di cui parla la pm modenese Musti. Di migliaia di carte disseminate per competenze nelle procure di mezza Italia alla fi ne rimarrà ben poca cosa, ma questo è un altro discorso. Una di quelle carte in effetti farà il botto, non giudiziario ma – tanto per cambiare – politico e mediatico. È l’intercettazione di una telefonata tra Matteo Renzi e il generale Michele Adinolfi , in quel momento vicino a diventare comandante generale della Guardia di Finanza. Si dice che Renzi, segretario del Pd, risponda al cellulare mentre si trova a Palazzo Chigi in attesa di essere ricevuto dal premier Enrico Letta, al quale sta per comunicare la decisione di licenziarlo e prendere il suo posto, cosa che avverrà pochi giorni dopo. Nella telefonata non c’è nulla di penalmente rilevante: i due parlano con grande confidenza – Adinolfi chiude dicendo: «Ciao stronzo» – e Renzi si lascia andare a giudizi su Letta, «non è cattivo, è un incapace», e su Berlusconi, «con lui si può parlare». Woodcock quella trascrizione la custodisce gelosamente e un anno dopo, nel luglio del 2015, la conversazione appare integrale sul «Fatto Quotidiano». Adinolfi salta, Renzi è in grande imbarazzo, partono accuse e controaccuse, ma il dato è che su Matteo Renzi si accende un faro della magistratura che non si spegnerà più. Per induzione, da Cpl Concordia Woodcock passa a Consip, l’inchiesta sulla centrale d’acquisti dello Stato, e il cerchio si allarga. Accuse, sospetti e veleni travolgono tutto il mondo renziano, dal sottosegretario Lotti al padre di Renzi, dal comandante generale dei Carabinieri Tullio Del Sette al comandante della Legione Toscana dei Carabinieri Emanuele Saltalamacchia, tanto per fare i nomi più conosciuti. La cosa curiosa è che poco o nulla di tutto ciò c’entra con Napoli, tanto che Woodcock, fatta scoppiare la bomba, deve inviare le carte alla procura di Roma guidata da Pignatone, uno molto sensibile a certi equilibri. Pignatone non ci sta a trovarsi per le mani un’inchiesta preconfezionata che per di più appare coinvolgere premier e generali ed è inquinata da macroscopici errori – famosa la frase mai pronunciata dal padre di Renzi durante una telefonata – e da fughe di notizie che addirittura chiamano in causa i servizi segreti. Tanto per farle capire: una mattina il «Corriere della Sera» pubblica la notizia che il Noe ha segnalato in prossimità degli uffici dell’imprenditore campano Alfredo Romeo una macchina sospetta appartenente ai servizi, con l’obiettivo di carpire notizie per bruciare l’indagine. Quella stessa mattina mi squilla il telefono: è il padre di un amichetto di mio figlio che mi dice: «Luca, hai letto il “Corriere”?». Gli rispondo: «Sì, perché?». «Ma quello della macchina sono io, stavo solo rientrando a casa mia che è davanti a quegli uffici. Possibile che in Italia le indagini funzionino così?» Per Pignatone è troppo, decide di indagare Woodcock per violazione del segreto istruttorio e lo stesso fa con il suo braccio destro Giampaolo Scafarto. Il giornalista del «Fatto Quotidiano» Marco Lillo viene perquisito e a Federica Sciarelli, conduttrice di Chi l’ha visto? oltre che molto amica di Woodcock, viene sequestrato il telefonino. Come se non bastasse, la giornalista Annalisa Chirico sul «Foglio» apre scenari inediti, e mai smentiti, svelando che quando, il 16 dicembre 2016, la procura di Napoli apre l’inchiesta Consip con l’interrogatorio del manager Luigi Marroni, nella stanza con Woodcock è presente anche un magistrato della procura di Roma, Paolo Ielo, braccio destro di Pignatone: un mistero nei misteri. È uno scontro tra procure senza precedenti, ma soprattutto è un grande giallo, anzi un noir, di cui ancora oggi non conosciamo la fi ne, con carte che girano e quindi fughe di notizie, tutti che parlano con tutti. Una vera Babele, altro che inchiesta giudiziaria. Valgono le parole della povera pm di Modena Lucia Musti, destinataria, come detto, di un troncone dell’inchiesta, davanti alla commissione del Csm: «Siamo stati colpiti da questa baraonda, noi siamo una piccola procura, ricordo di aver messo persino i forestali a stampare carte, che è un assurdo, questa informativa di Napoli in verità non la leggemmo neanche, tanto era ampia e caotica, solo i titoli… Si parlava dal sindaco di Rodi Garganico al premier Renzi al figlio di Napolitano, i riferimenti a Modena erano poche righe in una marea di carte… A me avevano insegnato che le inchieste non si fanno In alto, nella pagina affi anco Henry John Woodcock In alto La copertina del libro “Il Sistema” pubblicato da Rizzoli Alessandro Sallusti intervista Luca Palamara così». E ovviamente quel verbale sarà da noi secretato, l’imbarazzo è forte.


Tutto questo per far fuori Renzi per via giudiziaria?


Mi sembrava di essere tornato ai tempi degli eccessi su Berlusconi. Il Csm non può chiamarsi fuori, su Woodcock viene aperto un procedimento disciplinare. Ma ormai il «Sistema» è impazzito, quasi fuori controllo, e anche il Csm ne rimane vittima.


In che senso?


Nel tutti contro tutti, il vicepresidente del Csm Legnini finisce in un fascicolo aperto dalla procura di Roma, che lo lambisce per rivelazioni di segreto d’ufficio a una giornalista sua amica, Silvia Barocci, che lavora con Lucia Annunziata alla trasmissione Mezz’ora in più. Ma, a parte questo, parlo con lui del fatto che il Csm dovrebbe aprire una istruttoria sulle due procure di Roma e Napoli, che pubblicamente se le stanno dando di santa ragione. Decidiamo di avvertire il procuratore di Roma, Pignatone, che a me era noto per una dote, quella di non perdere mai le staffe. In quell’occasione invece Pignatone è una furia: «Roma» sbotta «deve rimanere fuori dai radar del Csm». Non ricordo di averlo mai visto così alterato, tanto che io e Legnini decidiamo di soprassedere. Resta in piedi il procedimento disciplinare contro Woodcock, ma anche lì ci sarà un colpo di scena.


Qui le cose si complicano: dalle sue parole sembra che ci fosse un collegamento tra l’inchiesta Consip portata avanti dalla procura di Roma e il Csm. È così?


Durante le audizioni che conduciamo al Csm su questa vicenda c’è una sorta di fi lo diretto tra me e il procuratore. Peraltro anche Pignatone conosce Luca Lotti, che in più di un’occasione è stato suo commensale a casa di Paola Balducci. E grazie anche a questo canale ha potuto instaurare un rapporto diretto con l’allora presidente del Consiglio Matteo Renzi, che peraltro sarà sentito direttamente dallo stesso Pignatone e dal pubblico ministero Stefano Pesci in occasione dell’indagine sulla telefonata di De Benedetti al professionista che curava i suoi interessi in borsa, dicendo di aver appreso queste notizie da Renzi. Si crea in quel periodo una sorta di affidamento che naufragherà nei successivi sviluppi della stessa indagine Consip. Io rimango con il cerino in mano.


Storia infinita.


Già. Il 5 luglio del 2018 – ne ho traccia – il leader della corrente di sinistra, Giuseppe Cascini, mi vuole incontrare per annunciarmi che su Woodcock il Csm si deve fermare. Ci incontriamo al bar Settembrini del quartiere Prati di Roma. Mi parla di un’intercettazione tra Legnini, vicepresidente del Csm e quindi arbitro della contesa, e l’ex onorevole Cirino Pomicino, in cui Legnini parla molto male del pm napoletano, in possesso dello stesso Woodcock, che è intenzionato a renderla pubblica per dimostrare che il Csm ha un pregiudizio nei suoi confronti. Riferisco la cosa a Legnini che sbianca, mi conferma che in effetti lui ha avuto un colloquio con Pomicino al bar Florian, nei pressi del Csm, in cui si è lasciato andare a giudizi negativi e anticipatori della sentenza nei confronti di Woodcock. Teme una campagna stampa violenta nei suoi confronti se la notizia dovesse trapelare.


Uno sceneggiatore non sarebbe stato capace di tanto, il problema è che voi dovreste essere il meglio della magistratura.


Ma non è finita. Mi consulto con il procuratore Pignatone, che mi conferma tutto: si tratta di un’intercettazione ambientale – tenuta riservata – eseguita presso gli uffici di Alfredo Romeo, imputato eccellente dell’inchiesta Consip, in cui Pomicino rivela il colloquio con Legnini. Per mettere una pezza suggerisco a Legnini di parlare con il procuratore di Napoli, Giovanni Melillo, che io e lui avevamo appoggiato per la nomina e che in teoria dovrebbe mostrarsi riconoscente. Parlo con il procuratore generale della Cassazione Riccardo Fuzio per farci spiegare da Melillo gli esatti termini della vicenda e sondare il Quirinale. Melillo pochi giorni dopo incontra Legnini, è molto freddo e non ha nessuna intenzione di sbilanciarsi. Fuzio parla con il Quirinale e mi consiglia di non forzare: il disciplinare va rinviato, in quel momento Woodcock va salvato. E così sarà. A complicare definitivamente il quadro è anche questo messaggio che arriva sul mio telefonino: «Dei procedimenti romani quale gip e gup non occorre parlarne perché dovrebbero essere noti al Csm PER LA RILEVANZA». A scrivermelo con i caratteri in maiuscolo è Gaspare Sturzo che per perorare la sua causa mi ricorda di essere il gip della vicenda Consip.


Renzi non ottiene soddisfazione, la considera una sua sconfitta?


Io sono uno che da sempre non guarda alla singola partita ma al campionato, in carriera ne ho fatte e viste tante.

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