Esclusiva SprayNews.it: Donato Santoro, accademico del diritto e avvocato penalista del Foro di Roma

“E la chiamano giustizia. Ogni anno arrestati settemila italiani innocenti”

“Giustizia assurda: 130 milioni alle intercettazioni, 66 per tutto il resto”

“I Pm dovrebbero indagare anche a favore dell’imputato. Non lo fanno mai”




Professor Santoro, gli scandali che rimbalzano dalle procure fanno rabbrividire. La giustizia è, a detta di tutti, malata… Ogni anno settemila cittadini italiani sono arrestati e poi prosciolti da ogni accusa. Non sono dati presi a caso. Sono quelli forniti, a un livello che più ufficiale non si può. della Direzione Generale degli Affarii Penali del Ministero della Giustizia. Bisognerebbe quantomeno rivisitare l’istituto della custodia cautelare, di cui si abusa mentre dovrebbe essere solo l’extrema ratio. Oltretutto l’arresto diventa molto spesso l’anticipazione di una sentenza di condanna. Una condanna anticipata che per settemila italiani unisce ogni anno il danno alla beffa. Pubblici ministeri e giudici per le indagini preliminari dovrebbero usare molta più cautela. Anche perché a tutto questo va aggiunto il danno per ingiusta detenzione che le varie Corti d’appello liquidano ogni volta. Costi pubblici, costi in qualche modo nostri, derivati dalla frettolosa applicazione di una misura cautelare e, a monte, dall’erronea imputazione. Sono numeri inaccettabili per un Paese, che si vanta, a ragione, di essere la prima culla del diritto. Mi dica, a questo punto, se ci ci si può fermare qui o se invece ci sono altri numeri che vanno nella stessa inquietante direzione? Ci sono altri dati, di cui mi assumo tutta la responsabilità. Il bilancio della giustizia ammonta a centonovantasei milioni di euro all’anno. Ebbene, centotrenta milioni sono destinati a coprire solo le spese per le intercettazioni telefoniche. Alla giustizia propriamente detta vanno solo sessantasei milioni. E poi ci si lamenta cha manca il personale, la carta, i computer e tutto il resto. Le intercettazioni si devono fare, ma est modus in rebus, anche perché molte sono inficiate da vizi procedurali che ne impediscono l’utilizzazione nei processi. Ha letto il libro-intervista di Alessandro Sallusti a Luca Palamara sul Sistema perverso che governa la giustizia? Palamara ha detto la verità. Condivido in toto ogni parola. Riguardo alla sua vicenda personale, non capisco come sia stato possibile ammettere davanti al Csm solo quattro dei centoventidue testimoni a discarico che aveva chiamato a deporre. In questo modo non ci può difendere. La difesa diventa una finzione. A proposito dei mali della giustizia, il giudice emerito della Corte Costituzionale Sabino Cassese mi ha parlato di fratture interne, rapporti personali, complicità fra Pm e giornali, inanità del Csm… Condivido anche tutto quello che ha detto Cassese. Io aggiungo una cosa che reputo di grande importanza. Il codice di procedura penale parla chiaro e non consente dubbio alcuno. Il pubblico ministero deve acquisire le prove a carico, ma ha l’obbligo di mettere agli atti anche le indagini svolte a difesa dell’indagato. Le indagini non possono essere a senso unico. Si devono cercare gli indizi e le prove favorevoli anche a chi si accusa. Gli indizi favorevoli all’indagato e all’imputato non si cercano mai? Mai a poi mai. Che cosa si dovrebbe fare per combattere i mali della giustizia? Una buona riforma, che innanzi tutto ripristini il principio di parità fra accusa e difesa. E poi una giusta amnistia. E’ necessario alleggerire i processi penali, i processi civili, soprattutto sulle sanzioni amministrative e quelli pendenti davanti ai tribunali amministrativi. Molti impiegati pubblici, destituiti a seguito di un procedimento disciplinare, potrebbero utilmente essere reintegrati, anziché attendere la conclusione di procedimenti pendenti da anni. E poi… E poi? Poi dovremmo non dimenticarci mai che la pena deve tendere alla rieducazione del condannato. Dopo venti anni di carcere, il vissuto sociale del detenuto andrebbe rivisitato. Ricordando che senza il lavoro, l’istruzione e il contatto con il mondo esterno, una persona chiusa in gabbia, senza una prospettiva di reinserimento, non solo non si riabilita, ma rischia di perdersi per sempre. di Antonello Sette


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