Fabrizio Cicchitto a 'Il Giornale': Sinistra e magistratura: su Craxi hanno perso entrambe



Vale la pena di partire dalla fine di tutta la storia, cioè dalla morte di Bettino Craxi avvenuta il 19 gennaio 2000. A proposito di ciò che allora avvenne vale il motto di Bertold Brecht: «Chi non conosce la verità è soltanto uno sciocco, ma chi conoscendola la chiama bugia è un malfattore». Tutti sapevano che il leader socialista, operandosi in uno scalcinato ospedale militare tunisino non aveva scampo. In primo luogo lo sapeva Craxi, ma lo sapevano anche Carlo Azeglio Ciampi, presidente della Repubblica, Massimo D’Alema presidente del Consiglio, Luciano Violante, presidente della Camera, e lo sapeva anche Borrelli, Procuratore Capo a Milano. Che Craxi non fosse un cittadino qualunque era testimoniato non solo dal fatto che per 4 anni era stato presidente del Consiglio, ma che dopo la sua morte proprio la triade Ciampi, D’Alema, Violante propose i funerali di Stato, respinti dalla sua famiglia così come 22 anni prima li aveva respinti la famiglia di Moro. Per Craxi gravemente ammalato, non si volle trovare una clausola o un salvacondotto per portarlo in una clinica italiana senza essere incarcerato. Anche su questo terreno è stato sempre fatto di tutto. Per esempio, successivamente, il 31 maggio del 2006 il presidente Napolitano graziò per le sue condizioni psicofisiche, inconciliabili con il regime carcerario, Ovidio Bompressi. A dir la verità, a quel che risulta, a essere favorevoli a una soluzione umanitaria fu in primo luogo Massimo D’Alema, e anche Ciampi e Violante, ma Borrelli si mise di traverso e prevalse: in quella fase era lui ad avere il potere politico reale in Italia. Come affermò in una famosa intervista Gherardo Colombo, «la seconda Repubblica era fondata sul ricatto», Colombo lasciò nel vago chi erano i ricattati, ma non ci vuole molto a capirlo. Ricattabili erano tutti coloro che, pur facendo parte del sistema del finanziamento irregolare, erano stati salvati dalla scelta del pool di Mani Pulite di usare il sistema dei due pesi e delle due misure: i massimi dirigenti del Pci-Pds e quelli della sinistra Dc «potevano non sapere», i dirigenti del Psi, dei partiti laici, del centrodestra della Dc, «non potevano non sapere» e quindi andavano perseguiti. Recentemente il magistrato Guido Salvini ha spiegato il trucco a cui ricorreva il pool per avere un unico gip, del tutto compiacente, per tutti i processi di Mani Pulite, concentrandoli tutti in un unico fascicolo, operazione assolutamente indebita mentre l’ufficio milanese del gip era composto da ben 20 magistrati che si sarebbero dovuti alternare. In questo modo invece era molto stringente il metodo fondato sulla carcerazione per ottenere la confessione. Poi i casi della vita sono certamente infiniti per cui dopo il 1994 è accaduto che due pubblici ministeri chiave del pool sono finiti nelle liste del Pds venendo eletti per più legislature. Adesso è annunciato per celebrare il trentennale di Mani Pulite che l’Anm ha convocato un convegno a Milano. Certamente l’Anm ha una ragione per farlo, perché da allora, in un crescendo parossistico, i settori più oltranzisti e rozzi della magistratura hanno conquistato di fatto il potere politico in Italia. Purtroppo però questo convegno si svolge in tempi sbagliati: esso viene fatto quando il Csm e l’Anm, in seguito a tutte le conseguenze del caso Palamara, stanno attraversando la fase più buia della loro esistenza. La magistratura è implosa per un eccesso di potere che non era in grado di gestire, ma che però ha segnato in Italia la devastazione dello Stato di diritto. Ma i conti non tornano neanche in termini politici. Il disegno di D’Alema, espresso in un famoso libro-intervista, era sostanzialmente quello di eliminare Craxi e di sostituire il Pds a al Psi. Grazie al circolo mediatico giudiziario l’operazione in un primo tempo è riuscita anche per gli errori dei suoi dirigenti il Psi è stato raso al suolo. A distanza di anni, però le conseguenze finali sono le seguenti: l’erede del Pds è il Pd, un partito del 20 per cento, per una parte cospicua guidato dalla sinistra democristiana, accerchiato da un 40 per cento costituito dai due partiti sovranisti e che - eliminato il Psi- allo stato ha come possibile alleato solo un confuso movimento antipartitico, privo di una organica cultura politica che fa coalizione con chiunque pur di evitare le elezioni. Come si vede, quindi, il percorso che va dalla morte di Craxi ai giorni nostri non ha avuto un esito felice certamente per i vinti ma neanche per i vincitori. Allora, al momento più alto della criminalizzazione di Craxi, il 30 aprile 1993 ci fu una versione moderna di Piazzale Loreto, con il lancio di monetine nel corso di una bella manifestazione fascio-comunista. Craxi non si volle arrendere e si rifugiò esule in Tunisia, come già avevano fatto negli anni Trenta un nucleo di antifascisti italiani che diedero anche vita a un bel giornale. Dopo di che nel 2000 sapendo bene a ciò a cui andava incontro, Craxi si operò nell’ospedale tunisino con una scelta che è sintetizzata nella epigrafe che sta sulla sua tomba: la mia libertà equivale alla mia vita.

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