Fabrizio Cicchitto a Il Riformista: Tortora (purtroppo) insegna: di malagiustizia si muore.

“Quanti casi Del Turco ci sono in Italia in cui le istituzioni si presentano in modo cinico."


Ma questa storia ha dei tratti davvero terrificanti. Quando lo Stato è forte con il debole è brutto segno. In special modo, allorché si accanisce su un ammalato colpito da due gravi morbi e non solo e, per di più, ignora la pietas. Il che significa che ha preso la via del male contraria alla giustizia, alla morale e all’onestà. Insomma, tutto il male che si riesce a immaginare. Il peggio. Il peggio del peggio. L’ammalato è Ottaviano del Turco e lo Stato, in questione, è la Commissione della presidenza del senato, presieduta da Maria Elisabetta Alberti Casellati, che ha deciso, con un atto maramaldesco, cancellare il vitalizio all’ex presidente della giunta regionale dell’Abruzzo, ammalato di Alzheimer e del morbo di Parkinson. In precedenza, aveva subito un intervento chirurgico di asportazione di un tumore. Coloro che hanno preso la decisione disumana hanno la coscienza pulita? Nel corso della notte riusciranno a dormire alla grossa? Prima o poi, faranno i conti con il goyano sonno della ragione generatore di mostri. È mai possibile che nella Commissione di palazzo Madama ci sia tanta spietatezza da non soffermarsi sul destino di un uomo ammalato che non riconosce più i propri familiari. Quanti casi Del Turco ci sono in Italia le cui istituzioni si presentano in modo cinico, cieco e sordo. Di malagiustizia si muore, come insegna il caso Tortora. Che cosa bisogna fare per andare contro la malasorte che accompagna l’ex presidente dell’Abruzzo? Accogliere l’appello di Piero Sansonetti, lanciando una campagna per far dare la grazia a Ottaviano Del Turco dal Capo dello Stato, Sergio Mattarella. L’escalation delle disgrazie giudiziarie dell’ex presidente iniziarono, in Abruzzo, per via dell’inchiesta sulla sanità privata. Nel 2008, venne arrestato su mandato della procura di Pescara e poco dopo, nel mese di luglio, si dimise da governatore e, nello stesso tempo, si autosospese da membro della direzionale nazionale del Pd, di cui era anche cofondatore. Ironia della vita politica in tempo di giustizialismo, dal Nazareno non ebbe alcun atto di solidarietà. Anzi, il gruppo dirigente fece finta di non conoscerlo e, comunque sia, si comportò come le tre scimmie dei romanzi gialli Mondadori: non vide, non sentì e non parlò. Perché gli è stato tolto il vitalizio? Perché l’allora Presidente del senato, Pietro Grassi, fece deliberare la privazione dei vitalizi di parlamentari condannati in via definitiva per mafia e corruzione. Delibera che presenta fortissimi dubbi di costituzionalità, ma, in Italia, da decenni, lo Stato di diritto e la Costituzione sono degli optional. Nel 2006, Del Turco ebbe una condanna “grazie” alla legge Severino, di tre anni e 11 mesi, “per induzione indebita”, essendo pubblico ufficiale, mentre la delibera Grassi è del 2015, violando la Costituzione secondo la quale non ci può essere la retroattività delle condanne. Chiaramente, la condanna inflitta a Del Turco dalla Corte d’Apello di Perugia, per aver “intascato”, 6 milioni di euro, confermata dalla Cassazione, rientra nella fattispecie della delibera Grassi. In proposito, il suo difensore Gian Domenico Caiazza ha dichiarato: «Dieci anni dopo, di quella “montagna di prove” della quale vaneggiava il procuratore di Pescara è rimasto un pugno di fango». Fatto sta che i milioni che l’imprenditore della sanità ha affermato che avrebbe dato all’ex presidente, non si sono mai trovati. 6 milioni di euro non sono bruscolini, bensì una cifra enorme che non si può nascondere sotto il mattone. Al dunque, non si sono trovati di là dalle accuse dell’imprenditore, Vincenzo Angelini, e dai salti mortali fatti dal procuratore capo, Nicola Trifuoggi, nel tentativo di cercare le prove che potessero inguaiare Del Turco. Così si concluse la vita politica di Ottaviano Del Turco che sognava di fare “Grande l’Abruzzo”. Allorché ebbe questa bella ambizione, avrebbe dovuto calcolare che si sarebbe messo contro il “deep state” abruzzese. Per di più, sfortuna volle di incrociare sulla sua strada il magistrato Trifuoggi, che sulla scia di “sanitopoli”, aveva la velleità di occupare la poltrona di procuratore generale a Roma. Non è tutto. Accettò l’incarico di vice sindaco, dal primo cittadino dell’Aquila, Massimo Cialente, un nome e una garanzia, che se ne uscì dal Pd per dissenso. A dire il vero, il magistrato non si fece mancare nulla, fu interlocutore di Gianfranco Fini, Presidente della Camera, che incappò nel caso che fece molto discutere, criticò, a microfoni spenti, Silvio Berlusconi, nel corso del ritiro del “Premio Borsellino”. Del Turco avrebbe meritato, per la sua storia, sindacale, politica e di governo, una sorte migliore. Della sua vicenda disse: «Avrei voluto scegliere io il momento in cui ritirarmi dalla scena politica e, soprattutto, ritengo che la mia storia politica meritasse tutt’altro epilogo». Questa è la cronaca di una morte politica annunciata, una cronaca come tante in tempi di tricoteuses, ma quella di Ottaviano Del Turco, come ci ha scritto il figlio Guido, è una «vicenda senza fi ne, terrificante, kafkiana»

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