Fabrizio Cicchitto a 'Il Tempo': I due anni disastrosi di Nicola e lo sbocco inevitabile dell'addio

Dall'agosto 2018 all'ultima crisi: ecco tutti gli errori del governatore del Lazio.


“Anche in politica esistono le specializzazioni. Per esempio, a suo tempo Bersani è stato un notevole presidente dell'Emilia Romagna e un ottimo ministro dell'Industria e invece un disastroso segretario del Pd. Abbiamo l'impressione che un giudizio altrettanto differenziato valga per Zingaretti. Egli è stato un buon presidente della Provincia di Roma e, sia pure fra luci e ombre, un discreto presidente della Regione Lazio, ma disastroso come e più di Bersani da segretario del Pd. Certamente 1'8 agosto del 2019 Salvini fece una mossa avventata mettendo in crisi quel governo giallo-verde di cui era il padrone incontrastato, ma lo fece avendo la certezza che quella sua iniziativa avrebbe portato dritto alle elezioni anticipate anche perché aveva in tasca proprio il consenso del segretario del Pd. Quest'ultimo aveva come unica preoccupazione quella di rifare i gruppi parlamentari del Pd dominati da Renzi. Non a caso anche allora fu proprio Renzi a prenderlo di contropiede proponendo la costituzione del governo giallo-rosso pur di evitare che il «Capitano» prendesse pieni poteri. A quel punto tutti i padri nobili del centro-sinistra raccolsero l'appello di Renzi e costrinsero Zingaretti a dare via libera al Conte II. Anche sulla formazione di quel governo, però, Zingaretti gesti le cose al peggio, da un lato concesse ai grillini per Di Maio un dicastero di straordinaria importanza politica quali sono gli Esteri, dall'altro lato pur avendo nel suo partito colui che è stato negli ultimi anni il miglior ministro dell'Interno che l'Italia ha avuto, ci riferiamo a Marco Minniti, accettò la preclusione nei suoi confronti a opera della sinistra del Pd e agli Interni diede una soluzione tecnica. Ma le cose sul terreno della ripartizione del potere non si fermarono qui: a Palazzo Chigi il Pd aveva forse solo qualche uscere. Tutta la presidenza del Consiglio era dominata dal duo Conte-Casalino. Dagli organigrammi però il vuoto d'iniziativa si è trasferita alla politica, tutta la vicenda della pandemia è stata gestita da Conte, Speranza, Arcuri e l'unico del PD che è riuscito a dire qualcosa è stato il ministro degli Affari regionali Francesco Boccia. Ma oltre a questo sul terreno dei contenuti non c' stato paragone fra il peso esercitato dal gioco combinato fra Conte e i grillini e quello del Pd. Cosi sono rimasti in piedi quasi tutti provvedimenti più discutibili presi dal governo precedente: non solo il reddito di cittadinanza, ma specialmente la disastrosa quota 100 (il settore sanitario fu sguarnito anche per esso), è risultata intoccabile la prescrizione fatta da Bonafede e addirittura il Pd è stato costretto a cambiare il voto sul taglio dei parlamentari senza uno straccio di riforma istituzionale ed elettorale. I decreti sicurezza di Salvini sono stati cambiati solo all'ultimo momento, ma in compenso il Mes è stato bloccato per il veto congiunto dei grillini e del presidente del Consiglio. I vedovi inconsolabili del governo Conte dimenticano che in autunno, Conte ha sostanzialmente acquisito i pieni poteri con la gestione accentrata di ogni forma di approvvigionamento dei mezzi sanitari, la gestione dei Servizi segreti, avocazione in solitario della progettazione e della gestione del Recovery Plan. Orbene, se in quei lunghi mesi andati da settembre a dicembre Zingaretti avesse battuto un colpo e avesse ricordato al duo Conte-Casalino che il Pd era uno degli azionisti di riferimento e che quindi le cose nella forma e nella sostanza andavano gestite molto diversamente, allora a gennaio-febbraio Renzi non avrebbe avuto l'enorme spazio politico sul quale ha potuto svolgere la sua azione politica. Non contento di ciò Zingaretti è stato cosi subalterno a Conte che gli ha consentito di tramutare il Senato in un suk e poi con Bettini ha lanciato lo slogan «Conte o voto». Per la fortuna di tutti questa linea demenziale è stata bloccata dal presidente Mattarella. A quel punto è cambiata dal tutto la partita, anche perché Salvini, pressato dal nord imprenditoriale e da una parte del suo partito, ha cambiato gioco, si è collocato all'interno del nuovo quadro politico, ha messo come ministri gli uomini migliori della Lega e come sottosegretari quelli più combattivi, piazzati in tutti i dicasteri più significativi. Ma anche su questo terreno Zingaretti è andato incontro a un fallimento: sul terreno dell'assegnazione dei ministri ha svolto lo stesso ruolo del pizzardone di piazza Venezia, regolando il traffico dei capicorrente, sul piano dei sottosegretari, sconvolto dallo scontro fra i sessi in atto nel PD, non ha coperto i punti chiave dell'esecutivo sulla salute, l'interno e l'economia. Ma al di là degli organigrammi il vuoto politico. Mentre Salvini, anche con alcune inutili forzature, sta giocando la sua partita di lotta e di governo, Zingaretti, avendo le idee confuse, finora non ha fatto svolgere al Pd alcun ruolo sul terreno del garantismo e del riformismo. Di conseguenza le dimissioni sarebbero più che giustificate in seguito al fallimento totale di una segreteria. Può darsi invece che esse siano motivate dal disegno di ottenere una rielezione per acclamazione, ma fino ad oggi l'acclamazione non ha mai sostituito il vuoto politico e culturale.”

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