Il Caso Palamara, così Berlusconi fu vittima della Magistratura.

Ruby, Tarantini, Mediaset, Lodo Mondadori... Il Direttore de "Il Giornale" svela le sconvolgenti verità del Giudice Palamara sul "sistema" alla base della peggiore offensiva giudiziaria mai vista in Italia. « Toghe politicizzate, inchieste a raffica, soffiate alla stampa, un'operazione benedetta dal Presidente Napolitano: E' stato un uso strumentale della Giustizia».




La chiave di lettura è già nelle prime parole che Luca Palamara mi affida: «Sono consapevole di aver contribuito a creare un sistema che per anni ha inciso sulle dinamiche politiche e sociali del Paese». E poco dopo Palamara stringe il campo: «Il nemico del sistema è stata la non sinistra», che in questo Paese negli ultimi vent’anni ha un nome e un cognome: Silvio Berlusconi. Nel libro intervista Il Sistema. Potere, politica, affari: storia segreta della magistratura italiana (Rizzoli, 288 pag., € 19), il magistrato che è stato per anni a capo di quel sistema – Palamara, appunto – dà la spiegazione di quanto svelato da Berlusconi durante la campagna elettorale del 2018: «Difendermi dall’aggressione giudiziaria che ho subito in questi anni», disse il Cavaliere parlando all’assemblea dei costruttori italiani «mi è costato 770 milioni di euro, ho pagato 105 legali che mi hanno assistito nel corso dei 28 processi a mio carico, con oltre tremila udienze che mi hanno costretto a passare tutti i sabati e le domeniche pomeriggio a lavorare con gli avvocati».



Numeri e cifre da capogiro che non trovano precedenti per nessun imputato e che già di per sé delineano una irragionevole aggressione. Ma ora, grazie al racconto-confessione di Palamara ne sappiamo di più, sappiamo per esempio che nella primavera del 2008, alla vigilia delle elezioni che, caduto Prodi, videro trionfare il Centrodestra, i vertici della magistratura italiana si riunirono al motto di “Se torna Berlusconi dobbiamo tornare tutti in campo”, cosa che diede il via alla più grande offensiva giudiziaria contro un premier democraticamente eletto. Illuminante questo passaggio nel racconto di Palamara, all’epoca presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati: «Non esisteva più un confine netto tra la legittima difesa degli interessi della magistratura e l’uso strumentale della giustizia per fini politici di una parte della magistratura, con copertura e protezione del suo partito politico di riferimento, il Pd». Quella “parte della magistratura” è la corrente di Magistratura Democratica: «Alla quale», racconta Palamara, «io lascio mano libera nel fare opposizione feroce a Berlusconi». È da questo patto scellerato che nasce la stagione delle inchieste a raffica contro il Cavaliere. Un patto che Palamara non nasconde essere stato condiviso da importanti giornali («La vera separazione delle carriere», sostiene nell’intervista «dovrebbe essere quella tra giornalisti e magistrati») e benedetto e condiviso dall’allora Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano «con il quale mi consultavo spesso». Sentite cosa si dicono lui e Cascini – leader della corrente di sinistra delle toghe – all’uscita dal Quirinale, dopo aver appreso dalla viva voce del Presidente che di lì a poco il governo Berlusconi sarebbe caduto sotto i colpi delle inchieste e dello spread: «Missione compiuta, abbiamo portato a casa la pelle, la città è salva, il nostro compito è finito». Il “loro compito” era appunto rendere la vita impossibile a Berlusconi. Ci hanno provato in tutti i modi, compreso agganciare Gianfranco Fini per staccarlo dal Centrodestra e indebolire il governo: «Con lui», racconta Palamara, «avemmo più di un incontro e quando si parla di un patto tra di noi per ostacolare Berlusconi approvato dal Colle non si va lon- tano dalla realtà». Le rivelazioni di Palamara gettano una nuova luce anche sulle inchieste che hanno riguardato il Cavaliere. Per esempio quella sulla escort barese Patrizia D’Addario, costruita a tavolino a colpi di rivelazioni di segreti d’ufficio gestiti dalla procura di Bari, il cui nuovo Procuratore succeduto a quello che aveva dato il via alle indagini ebbe a dire: «Mi ritrovai nel mezzo di una guerra tra lobby politiche e giornalistiche, in procura si faceva carne da macello, era un ambiente permeabile. Lì non andava mandato un nuovo Procuratore, bisognava togliere cinquanta magistrati».



E poi l’inchiesta Ruby, di cui Palamara ricorda lo scetticismo che serpeggiava tra i magistrati, alcuni dei quali scrivevano sulle chat loro riservate: «Ma che stiamo facendo, non possiamo imputare al presidente del Consiglio l’intero codice penale». Così come imbarazzo provocò la sentenza del giudice Mesiano che condannò Berlusconi a risarcire a Carlo De Benedetti 750 milioni per il lodo Mondadori: «Tra le tante difese che ho fatto», racconta Palamara «dei giudici che hanno condannato Berlusconi, quella di Mesiano è stata certamente la meno convinta: quella cifra appariva oggettivamente esagerata rispetto a tanti parametri». Sulla condanna definitiva di Berlusconi dell’agosto 2013 da parte della corte di Cassazione presieduta dal giudice Antonio Esposito, Palamara racconta di essere venuto a conoscenza da uno dei colleghi che facevano parte di quel collegio, il giudice Franco, di “forti pressioni” per ottenere una sentenza di condanna. E svela che quando l’anno successivo la commissione disciplinare del Csm fu chiamata a decidere se punire Esposito per alcuni suoi comportamenti, la decisione fu di assolverlo, contro il parere di molti, «perché condannarlo avrebbe voluto dire mettere in discussione anche la sentenza su Berlusconi e questo non era assolutamente possibile, nessuno aveva la forza di provare a riscrivere la storia». Palamara racconta anche di aver incontrato segretamente, nel gennaio del 2008, Silvio Berlusconi a Palazzo Grazioli. Fu un incontro cordiale, ma ammette che non poté impegnarsi a trovare un punto di incontro perché ben sapeva che il “sistema” di cui faceva parte non avrebbe permesso alcun tentennamento rispetto alla linea dello scontro frontale. Anzi, era conscio che la magistratura doveva svolgere a prescindere un ruolo di opposizione. «Se non lo avessi fatto», ammette, «non sarei durato al mio posto neppure un minuto di più». Insomma, nel “Sistema” c’è la prova provata che la “magistratura politicizzata” non è una invenzione del Centrodestra, ma un fatto che ha alterato la democrazia di questo Paese e persegui- tato un leader, Silvio Berlusconi, liberamente scelto da milioni di cittadini elettori.

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