Il futuro è l’Italia delle Città Identitarie



“Sì!”. La risposta è “sì!”. Ma qual è la domanda? E quella che si fanno in tanti dopo aver partecipato o semplicemente guardato in Tv o sui social i momenti salienti della quinta edizione del Festival di CulturaIdentità svoltosi nella magnifica cornice rinascimentale e risorgimentale di Senigallia. “Ha senso oggi lavorare con energia ed entusiasmo al manifesto delle città identitarie?”. Ecco la domanda. L’energia e l’entusiasmo profuse da Edoardo Sylos Labini motore instancabile di questa iniziativa promossa da CulturaIdentità. La rivista mensile da lui fondata. Hanno risposto in tanti. Salendo sul palco e parlando ai presenti. Ha risposto sì Marcello Veneziani raccontando i profeti inascoltati del 900 da Marinetti a Pasolini; da Prezzolini alla Fallaci passando per Ennio Flaiano e Gentile. Spesso inascoltati e quasi sempre dalla “parte sbagliata” rispetto al sentire comune del loro tempo. Scopriranno tutti dopo anni che avevano ragione loro. Ha risposto sì Federico Palmaroli in arte Osho con la sua tagliente ironia. Che da bambino sognava di fare il macellaio invece che l’astronauta come ogni altro coetaneo della sua età. Perché “gli piaceva toccare la carne”. Ha risposto sì Vittorio Sgarbi che declamava la bellezza della madonna di Senigallia che però se ne sta inspiegabilmente ad Urbino. Ha risposto sì Luca Palamara testimone controverso di una stagione non ancora completamente scritta o riscritta. Quella della malagiustizia italiana. Ha risposto sì il vicedirettore del Giornale Francesco Maria del Vigo che i festival di CulturaIdentità li ha frequentati quasi tutti. Tranne quello della sua La Spezia, per motivi di lavoro. Nessuno è profeta in patria. Hanno risposto si le massime autorità di Senigallia e della regione Marche. Si ha tutto quanto molto senso. “Il mondo globalizzato ci vuole fintamente uguali, tutti livellati, tutti uguali e senza volto. Tutti con una maschera. Anzi con la mascherina” dice Edoardo. Per questo è il momento di raccontare i tanti volti e le tante tradizioni delle città identitarie. Borghi grandi e piccoli. Tutti accomunati da bellezze straordinarie e uniche. Come l’incantevole Piazza Garibaldi di Senigallia. Si ha tutto quanto molto senso. Il futuro e la modernità non stanno nelle grandi città. Nella crescita spropositata. Non è nella natura delle cose crescere all’infinito. Nel secondo dopoguerra erano 75 gli stati sovrani al mondo. Oggi superano i duecento. La metà di questi ha meno di 5 milioni di abitanti. Questa è la storia. Lo stesso vale per i borghi. La città più è grande più è ingovernabile. Anche il gigantismo delle imprese si scontra spesso con la vitalità dei nostri distretti industriali. Piccole imprese nate dall’intuito di imprenditori on la quinta elementare spesso molto più capaci di manager strapagati che, se ci va di lusso, quelle aziende riescono a mantenerle in vita. Spesso le distruggono. L’esempio di Pirandello valga per tutti. “La cultura e l’arte italiana non è metropolitana. Ma di provincia. Pirandello parlava al microcosmo per parlare al macrocosmo” ricorda Marcello Veneziani. Ma questo non gli ha impedito di vincere il Nobel. Si ha senso. Tanto senso raccontare l’unicità dei più bei borghi del nostro Paese.


Di Fabio Dragoni

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