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Intervista esclusiva di Spraynews a Paolo Ferrero, vicepresidente del Partito della Sinistra europea

«Il Covid non è “a livella di Totò”. In Val Seriana sono morti i genitori degli operai, non i padroni. A dar retta alla destra, si rischierebbe di far crepare la gente come negli Stati Uniti di Trump»



Paolo Ferrero, il Governo richiude tutto?

«Chiudere e basta non va bene, se non si risarciscono quelli che si chiudono. Giunti a questo punto, non si può evitare di chiudere tutto o quasi, ma a monte ci sono lacune e mancanze gravissime del Governo e delle Regioni tutte, senza distinzioni fra amministrazioni di centrodestra e di centrosinistra. Nessuno ha fatto nulla di quello che c’era da fare, durante i mesi di tregua concessi d Covid. Ad esempio, non ha organizzato una campagna di tamponi per tutti, che avrebbe consentito di tracciare una mappa del contagio, come è stato fatto in Cina. La nuova emergenza italiana nasce da un’inerzia assoluta da parte di tutti quelli che dovevano provvedere».

Ferrero dilaga la protesta dal Nord al Sud del Paese. E’ giusto scendere in piazza contro l’ennesima ondata di chiusure?

«In questa situazione è normale che la gente si faccia sentire, ma l’urgenza non è quella di revocare le chiusure, perché si favorirebbe la diffusione del virus, ma è quella di garantire a tutti, negozianti, ristoratori, artigiani, tassisti e a quanti altri sono colpiti in prima persona dalle chiusure, un reddito compensativo. E chi ha una piccola attività in proprio e non ce la fa pagare le bollette del gas e della luce, l’affitto o il mutuo, non può essere abbandonato al suo destino prefallimentare. Deve intervenire lo Stato e pagare in sua vece. Si può chiudere tutto, ma nella massima tutela sociale. Altrimenti si dà spazio alla destra, ovvero ai pazzi che chiedono semplicemente di non chiudere. Come se il Covid non ci fosse. Assecondando questi signori, si arriverebbe a fare quello che ha fatto Trump, cioè a fare crepare la gente in misura abnorme. La gente fa bene a protestare e a rivoltarsi, ma non per obiettivi che aumenterebbero le percentuali dei contagiati e dei morti. Bisogna tutelare il diritto alla salute, ma anche quello a poter continuare a vivere con dignità. Respingendo con forza proposte dementi, che peggiorerebbero la situazione, sotto tutti i punti di vista, sia sanitario che economico».

Il Covid, oltre a divaricare il solco fra Nord e Sud, divide il pubblico impiego, che ha un reddito garantito, dai privati e dai precari. Divide et impera?

«Il Covid ha sicuramente evidenziato una differenza di diritti. Lo Stato ha il dovere di ridurre queste differenze. Come? Innanzi tutto con il blocco dei licenziamenti per tutti sino alla fine del 2021, il che significa garantire alle imprese la cassa integrazione. E poi, sostenendo il lavoro autonomo con un reddito di cittadinanza decente e uguale per tutti, senza bonus di qua, bonus di là, ognuno con la sua misurina personalizzata. Il capitalismo produce divisioni e spaccature. Lo Stato deve intervenire a favore di tutti quell,i che stanno perdendo qualcosa, privati, precari, piccoli imprenditori, senza dimenticare chi è rimasto indietro anche nella galassia pubblica. La politica, che piange e non fa niente, non è una politica buona e giusta. Bisogna stare vicina alle persone, non lasciarle fallire, disperare fino al punto di far loro intravedere, come unica via d’uscita, il suicidio».

Mettiamo il caso che lei si trovasse lei al posto del Presidente del Consiglio. Da dove comincerebbe?

«La prima cosa, che farei, è una bella patrimoniale sulle grandi ricchezze, perché, oggi più che mai, servono risorse aggiuntive. La patrimoniale non costerebbe nulla allo Stato, sarebbero da incassare e mai restituire. Soldi freschi che non aggraverebbero il debito pubblico. A pagare sarebbe i milionari, chi di soldi ne ha tanti. Con queste risorse, a debito zero, si potrebbero scongiurare i licenziamenti e garantire un reddito minimo per tutti. Lo Stato ha un compito urgente, che è quello di salvaguardare i due terzi più poveri del Paese e i soldi devono arrivare dalla minoranza, da quel dieci per cento, che in questi anni si è riempita la pancia e magari seguita d arricchirsi anche al tempo del Covid. In mezzo c’è la zona franca di chi non deve dare e non deve neppure ricevere. Perché le statistiche non mentono. Durante una crisi, come questa, la ricchezza si polarizza. I poveri diventano più poveri e i ricchi più ricchi. Nel mondo della finanza qualcuno si è arricchito di sicuro e anche a qualche impresa non è andata male. Bisogna prendere non per mano non solo i poverissimi dando a loro l’elemosina, ma, lo ripeto, i due terzi della popolazione italiana. Compresi quelli che, come alcuni ristoratori, fino a otto mesi fa se la passavano bene e ora se non sanno neppure se riusciranno a riaprire».

Il Covid è ‘a livella di Totò. Siamo tutti uguali al cospetto di questo maledetto virus?

«Il Covid non è ‘a livella. Divide e discrimina ricchi e poveri. Penso alle centinaia di persone che, durante la scorsa primavera, sono morte soffocate, dentro casa, in Val Seriana, senza vedere un medico e avere una diagnosi. Solo perché la Regione Lombardia e il Governo centrale non avevano istituito la zona rossa, obbedendo all’Unione degli industriali, che non voleva fermare le macchine. Sono morti i genitori degli operai, non i padroni delle fabbriche, isolati e protetti nelle loro ville in collina».

Questo avveniva ad aprile, ora la situazione è migliorata?

«In questo momento gli ospedali e le terapie intensive stanno reggendo l’urto, a differenza di marzo e aprile, ma a Torre Pellice, nel civilissimo Piemonte, i familiari di un mio conoscente non sono riusciti a ottenere un tampone, nonostante abbiamo tutti i sintomi della malattia e convivano con un congiunto, di cui è stata accertata la positività. E, poi, vedo centinaia di persone in fila per un tampone e chi si cura al piano nobile del San Raffaele, con attenzioni a cinque stelle. Il Covid non è, mi creda, ‘a livella di Totò».

di Antonello Sette



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