L'intervista de 'Il Giornale' a Luca Palamara.

«Toghe sempre divise sulla trattativa Stato-mafia Csm, serve il sorteggio per abbattere le correnti»



L’ex magistrato candidato alle Suppletive di Roma sulla sentenza di Palermo: «Verdetto prevedibile, dalle mie chat emergevano le posizioni diverse sul processo. Dopo le mie denunce non è cambiato nulla»


Sono passati due anni e mezzo dalla famosa riunione all’hotel Champagne e Luca Palamara è candidato alle suppletive di Roma Primavalle del 3 ottobre. L’affaire che ha preso il suo nome, terremotando la giustizia e il Csm in particolare, con il libro scritto con Alessandro Sallusti «Il Sistema», gli ha dato la volata e ora l’ex presidente dell’Anm e membro del Csm punta ad entrare in parlamento.



È cambiato qualcosa in magistratura e al Csm, dopo il Palamaragate?



«Assolutamente no, i recenti fatti sulla procura di Milano e le nomine annullate a Roma e non solo testimoniano la permanenza degli accordi correntizi. Cambiano gli attori ma il Sistema rimane immutato. Troppo facile schierarsi dalla parte di chi è più forte, rinnegando e non spiegando come e perché si diventa vicepresidente del Csm, ad esempio. Sarebbe giusto che prima o poi Ermini lo dicesse. Non è più il tempo di don Abbondio».



Come non bastasse il suo scandalo, a destabilizzare il mondo giudiziario si sono aggiunte le rivelazioni di Amara sulla loggia Ungheria e la fiducia degli italiani nella giustizia precipita a minimi storici: candidarsi alle elezioni migliorerà quest’immagine?



«Sono state annunciate tante querele sulle dichiarazioni a verbale sulla loggia Ungheria, spetterà alla magistratura, dopo più di 2 anni, verificarne la fondatezza. Io ho sentito la necessità di squarciare il velo di ipocrisia che ha caratterizzato la mia vicenda, sul meccanismo delle correnti. Per questo ho voluto rafforzare il racconto già fatto nel libro “Il Sistema”, candidandomi alle suppletive. Un modo per testimoniare anche all’interno dell’istituzione ciò che non ha funzionato in questi anni nei rapporti tra politica e magistratura».



Si sta svolgendo a Cagliari il congresso di Area, cartello delle toghe progressiste e la presidente Ornano raccomanda di non fare di queste vicende “un uso strumentale per riforme della giustizia e della magistratura che possano modificarne l’assetto costituzionale”. Mette le mani avanti?



«Avrei messo volentieri a disposizione del congresso le mie chat, per dare la possibilità di valutare come illustri esponenti di Area fossero parte integrante del Sistema. Quando ero presidente dell’Anm la parola più in voga era “autoriforma”, per evitare una riforma dall’esterno. Ma è tempo di picconare il Sistema e accettare finalmente che tutto cambi».



Come si combatte lo strapotere delle correnti delle toghe, che lei ha esercitato così sapientemente?



«Da presidente dell’Anm ho constatato che l’unica riforma che davvero terrorizza le correnti è il meccanismo del sorteggio a Palazzo de’ Marescialli. Così si potrebbe impedire la cooptazione dei candidati da parte delle segreterie delle correnti. Anche oggi sono già pronti i candidati vincenti per il nuovo Csm, ma ci sarebbero i tempi per impedire che il gioco si ripetesse. Tutto il resto sono palliativi. Dal ‘75 assistiamo ad un proliferare di leggi elettorali di fronte alle quali la magistratura associata è sempre in grado di trovare l’antidoto: basti pensare che alle ultime elezioni per 4 posti di pm sono stati candidati esattamente 4 candidati, uno per ogni corrente. Perché impedire a chi non fa parte delle correnti di misurarsi nella gestione dell’autogoverno? Il sorteggio lo consentirebbe».



Luciano Violante ha detto al «Giornale» che il Csm si è attribuito un totale autgoverno delle toghe, mentre non sta scritto in Costituzione, è così?



«Direi che anche alla luce delle recenti vicende, nessuna esclusa, è giusto valutare se dopo 73 anni quell’assetto configurato dal costituente sia ancora attuale, soprattutto sulla composizione del Csm, sui meccanismi di elezione e sulla sezione disciplinare»



Lei ha detto più volte che ora la sua missione è appunto aiutare, sulla base della sua esperienza, a riformare la giustizia. Il nuovo processo penale della ministra Cartabia è il primo passo. Come lo giudica?



«Affronta un tema diverso, rispetto al problema delle correnti e risponde all’esigenza di sveltire i processi, come chiede l’Europa, anche rispetto al Recovery fund. Ci sono stati orientamenti politici diversi, sicuramente questa riforma supera però delle criticità sui tempi dei processi sulle quali già il ministro Orlando si era per la verità pronunciato. Un’inversione di marcia, rispetto all’impostazione Bonafede».



Lei appoggia i referendum di Lega e Radicali, tranne quello sulla responsabilità civile dei magistrati. Servono a fare pressione?



«Riformare la giustizia è un’esigenza diffusa in larga parte dell’opinione pubblica e lo testimoniano anche le tante firme raccolte per i referendum».



Parliamo della sentenza d’appello sulla trattativa Stato-mafia, che ha sconfessato la precedente: se sarà confermata in Cassazione ai pm che senza prove hanno costruito il teorema di uno Stato che scende a patti con la mafia, colpendo ingiustamente i singoli accusati e danneggiando l’immagine della giustizia, non dovrebbe essere attribuita una grave responsabilità?



«Una formula di comodo mi farebbe rispondere che tutto rientra in una normale dialettica processuale. È certo che, squarciando il velo dell’ipocrisia e senza entrare nel merito del processo, dalla lettura delle mie chat, nonché dalla nomina dell’attuale procuratore di Palermo Franco Lo Voi (ritenuto meno schierato sul fronte della trattativa), si evinceva che all’interno della magistratura c’erano degli orientamenti diversi sul processo, come ho raccontato nel mio libro. Anche molti magistrati si esprimevano in termini fortemente critici sulla qualificazione giuridica dei fatti, compresi personaggi illustri, componenti del Csm e procuratori della Repubblica»



Facciamo qualche nome, come Pignatone e Fiandaca...



«Ma non solo».



Per Violante, che era considerato il capo del partito delle toghe rosse, i magistrati pretendono di decidere la politica giudiziaria, anche di riscrivere la storia, ma non è il loro compito.



«Questo problema non nasce oggi, ma nel ‘93 con l’eliminazione dell’autorizzazione a procedere, quando venne meno la linea di confine tra politica e magistratura, individuata dai padri costituenti. Le doverose indagini sulla rilevanza penale dei comportamenti dei politici finirono con l’essere strumentalizzate, trasformando la funzione del processo penale che dev’essere luogo di verifica dei fatti, per raggiungere altri fini».


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