L’INUTILE CULTURA



Che il cinismo sia una prerogativa della politica è un dato certo, ma sorprende come i protagonisti della lotta elettorale si stiano rilevando esclusivamente interessati alla poltrona di parlamentare trascurando del tutto programmi, tesi, necessità sociali e combattano tra di loro per assicurarsi o farsi assicurare una candidatura da chiunque sia disposto a garantirla. Gli assembramenti, quelli che una volta dovevamo evitare per non prendere il Covid, in politica sono un sistema per esistere, perché, senza il gruppone, il partitino rischia di non farcela: così i big hanno un codazzo di pretendenti, i quali garantiscono di essere pronti ad affrontare il giudizio dei cittadini ma in realtà non lo sono, perché per farsi vedere occorrono soldi, televisioni, popolarità. Il voto d’opinione, come noto, conta ben poco rispetto all’essere proposti in un collegio sicuro, ed allora tutti vogliono essere garantiti, a costo di presentarsi in una regione nella quale non sono mai stati. Bene, e in tutto questo la cultura che peso ha? Nessuno, risposta semplicissima. I politici discutono di tutto, di pensioni, di giovani, di anziani, di dentisti, di povertà e si accusano reciprocamente dando sempre la colpa agli altri, ma di cultura, di Franceschini, del disastro della nostra industria, dell’orrore del tax credit, di Cinecittà in fiamme non ne parla nessuno, incredibilmente. Eppure la cultura è come l’aria, la respiriamo, ci cresciamo dentro, la assaporiamo, la viviamo tramite cinema, televisione, arte, scuola, ma nessuno se ne occupa, nessuno ha il coraggio di spiegare agli italiani che abbiamo svenduto agli stranieri il nostro patrimonio ed abbiamo ridotto le nostre produzioni al dieci per cento dell’intero. Nessuno svela che il tax credit introdotto da Franceschini è il babbo e la mamma di una prole di fatture false che nessuno controlla, che decine di milioni di euro di soldi pubblici, così come per il bonus edilizia, finiscono all’estero, o in appartamenti, o in yacht, che lo Stato promette di erogare a tutti e poi, tramite la burocrazia, non eroga soprattutto ai piccoli imprenditori, diventando debitore seriale e intenzionale. Perché mentre il Cavaliere ripete il mantra della pensione a mille euro, nessun dice che Fazio incassa duecentomila euro al mese, e la Litizzetto ventimila euro a puntata, e mentre qualcuno propone di aumentare la tassa di successione a Cinecittà andranno trecento milioni di euro per realizzare il nulla pneumatico gestito da Bettini dalla Tailandia? Cos’ha la cultura di così velenoso che nessuno vuole avvicinarsi? La Lux è stata comprata da Freemantle, società stranierissima inglese che a sua volta fa parte del colosso tedesco Bertelsmann, che già possiede Wildside (a capo di queste filiali ci sono figli di papà), Cattleya è dell’inglese ITV mentre Groenlandia è stata acquisita da Banijai, ora gruppo francese. Perché queste cessioni? Perché Don Matteo, ma anche Montalbano, sono finiti all’estero? Semplicissimo, le società cedute hanno tutte ottimi rapporti con Rai e usufruiscono del tax credit e di tutto il resto. Quindi fatturati garantiti, finanziamenti assicurati, contributi automatici: un vero paese di bengodi. Ma nessuno ne parla. Evviva. di Michele Lo Foco

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