Palamara su Il Giornale: Così il lodo Alfano venne cancellato dalla lobby in toga e dalla Consulta

È da ieri in libreria «Lobby& logge» (256 pagine, 19 euro, edito da Rizzoli), il nuovo libro di Luca Palamara e Alessando Sallusti. A un anno dal successo del Sistema, vero e proprio caso editoriale nel 2021, l’ex magistrato e il giornalista direttore di «Libero» affrontano i misteri del «dark web» del Sistema, la ragnatela oscura di logge e lobby che da sempre avviluppa imprenditori, faccendieri, politici, alti funzionari statali, uomini delle forze dell’ordine e dei servizi segreti, giornalisti e, naturalmente, magistrati. Logge e lobby che decidono se avviare o affossare indagini e processi. Pubblichiamo, per gentile concessione dell’editore, ampi stralci di un capitolo del libro, «Il blocco a Berlusconi. La Corte Costituzionale e la lobby contro il lodo»

Sono passati tanti anni, dodici per l’esattezza, ma il 7 ottobre 2009 è una data spartiacque nei rapporti tra la magistratura e la politica. Lei, dottor Palamara, in quel momento era a capo dell’Associazione nazionale magistrati e fu uno dei protagonisti di quella vicenda, la bocciatura del cosiddetto Lodo Alfano, una legge che voleva dare l’immunità alle quattro più alte cariche dello Stato, tra le quali il presidente del Consiglio.


Che in quel momento era Silvio Berlusconi, reduce dal trionfo elettorale dell’anno precedente ma braccato dalla magistratura. Tre erano i processi che lo vedevano imputato: quello per la corruzione dell’avvocato Mills, quello per diffamazione aggravata dall’uso del mezzo televisivo sulle relazioni tra le cooperative rosse e la camorra, quello per la compravendita dei diritti televisivi.


Potevate voi sospendere le ostilità contro Berlusconi per i successivi cinque anni, cioè fino a che quel governo sarebbe rimasto in carica?


Era da escludere. Le ricordo – lo abbiamo raccontato e documentato nel libro precedente – che quando Berlusconi vince a mani basse le elezioni del 2008 l’Associazione nazionale magistrati scende in campo come forza di opposizione, stante la debolezza in quel momento della sinistra politica.


Già, Berlusconi questo lo sa bene, del resto proprio lei glielo aveva in qualche modo anticipato nell’unico vostro incontro privato faccia a faccia, avvenuto sul finire del 2007 quando lei da poco era stato nominato segretario generale dell’Anm.


Esatto, per cui lui, una volta tornato a Palazzo Chigi nell’aprile del 2008, per prima cosa prova a blindarsi. Il 26 giugno il governo vara il Lodo Alfano – dal nome del ministro della Giustizia proponente – che a tempo di record diventa legge: la Camera lo approva il 10 luglio, il Senato il 22 e il giorno dopo il presidente Napolitano, suo malgrado, controfirma.


Per Berlusconi è fatta. Cosa avete pensato in quel momento?


Che lui certamente aveva i numeri parlamentari per fare ciò che voleva, ma non aveva il controllo del Sistema. E il Sistema, come vedremo, è più forte del Parlamento. Era soltanto una questione di tempo, quell’immunità andava levata con ogni mezzo. E la lobby dei magistrati si mette in moto. Il 26 settembre Fabio De Pasquale, in quel momento pubblica accusa in due processi che riguardano Berlusconi, non ne vuole sapere di sbaraccare e solleva un dubbio di costituzionalità sul Lodo Alfano. Dubbio accolto dai giudici, che chiedono lumi alla Corte Costituzionale. È il varco in cui tutti ci infiliamo.


Fabio De Pasquale, quello che ai tempi di Mani pulite fece intendere al presidente dell’Eni Gabriele Cagliari la scarcerazione in cambio di una confessione, e che non mantenne la parola? Poi Cagliari si suicidò in cella. Quello che nel 1992 mise sotto accusa per truffa Giorgio Strehler, portando il grande regista a dire «è una vergogna, mi dimetto da italiano»? Per avere giustizia – totale assoluzione – Strehler dovette stare tre anni sulla graticola. Quel De Pasquale oggi sotto indagine, sospettato di non aver tenuto un comportamento limpido nel processo Eni concluso a Milano con la sconfessione delle sue tesi accusatorie?


Sì, quel De Pasquale. Ma in quei giorni partono anche i manifesti a difesa della Costituzione firmati da molti intellettuali, e Antonio Di Pietro, in quel momento leader politico di Italia dei Valori, lancia la raccolta di firme per un referendum abrogativo di quella legge. Una mobilitazione simile a quella dei girotondi lanciati dal regista Nanni Moretti anni prima, nel 2002, sempre regnante Berlusconi, in concomitanza con un precedente tentativo di concedere l’immunità alle alte cariche dello Stato.


Parliamo del cosiddetto Lodo Schifani, legge approvata nel 2003 e abrogata l’anno successivo dalla Corte Costituzionale.


Esatto, quindi in quel momento è urgente rimettere in moto lo stesso meccanismo per arrivare allo stesso risultato. Però, prima di raccontare cosa avvenne dietro le quinte, è meglio che chi ci legge abbia chiaro quali sono i meccanismi che sovraintendono alla Corte Costituzionale. Tutti i presidenti della Repubblica che si sono succeduti dal 1999 venivano da partiti di sinistra o culture di sinistra, come si può dire senza dubbi anche di Carlo Azeglio Ciampi, il quale tuttavia al momento dell’elezione non aveva tessere di partito. Il che significa che i cinque membri in carica alla Corte costituzionale di nomina quirinalizia non potevano che riflettere quell’indirizzo. Difficile poi pensare che i cinque membri nominati dalla magistratura fossero tutti, diciamo così per semplificare, di destra o addirittura filoberlusconiani, stante che il gioco delle correnti guidate dalla sinistra giudiziaria mette ovviamente becco anche lì. Dei restanti cinque, di nomina parlamentare, almeno un paio sono eletti dalla sinistra. Risultato: oltre i due terzi dei giudici costituzionali, cioè un’ampia maggioranza, hanno un orientamento a sinistra e questo non può non avere un peso, diciamo così, di cultura giuridica, nelle loro decisioni, come del resto è normale e logico che sia.


Però sempre giudici sono.


Certo, ci mancherebbe. Sto solo dicendo che, numeri alla mano, all’interno della Corte costituzionale – che dovrebbe dirimere con imparzialità i conflitti tra poteri dello Stato – l’orientamento della magistratura, su ogni tema, prevale su quello della politica, soprattutto sulla politica di centrodestra... Ma lo sbilanciamento a sinistra è dovuto anche a un altro fatto ai più sconosciuto.


Rendiamolo noto.


Lei conosce quel detto: «I ministri passano, i dirigenti restano», che sta a indicare come in un ministero chi comanda davvero sono i capi di gabinetto – guarda caso quasi tutti magistrati distaccati – e gli alti funzionari, in altre parole la burocrazia? Ecco, alla Corte costituzionale i giudici sono come i ministri, interessati soprattutto a mantenere la poltrona adeguandosi all’orientamento prevalente per non essere emarginati, e magari sperare di essere eletti presidente. A mandare avanti la macchina ci pensano gli equivalenti dei dirigenti al ministero, cioè gli assistenti di studio.


E questi da dove sbucano?


Ogni giudice ne può avere fino a tre. Possono essere scelti tra docenti universitari, magistrati amministrativi o contabili. La maggior parte, oltre i due terzi, arriva dalla magistratura ordinaria, quindi anche loro occupano quel posto solo dopo aver superato l’esame delle correnti. Il meccanismo è lo stesso usato per lottizzare qualsiasi altro incarico direttivo, tipo procuratore della Repubblica o presidente di tribunale.


E perché questi «assistenti di studio» sarebbero così importanti?


Perché sono loro a studiare le carte e preparare le sentenze da sottoporre al loro giudice di riferimento. Il quale il più delle volte prende atto e firma. L’attuale ministra della Giustizia, Marta Cartabia, nasce così, assistente di studio di Antonio Baldassarre, che nei primi anni Novanta fu anche presidente della Corte e che poi nel 2007 finì nei guai perché coinvolto in quel pasticcio che fu la vendita a privati di un pezzo di Alitalia: condanna a tre anni per aggiotaggio. Poi il presi dente Napolitano la nomina giudice. Da giudice è collega di Sergio Mattarella, che diventato presidente della Repubblica vede di buon occhio la sua nomina prima, nel 2019, a presidente della Corte stessa, poi a ministro della Giustizia nell’esecutivo di Mario Draghi.


Interessante, ma non divaghiamo troppo. Torniamo a quel 2009 e alla necessità di non concedere l’immunità a Silvio Berlusconi.


Certo, ma guardi che non ho divagato. Per capire le singole vicende bisogna sapere come funzionano i meccanismi. Spero di aver chiarito perché la Corte Costituzionale è sì un organismo terzo, ma non «troppo terzo» rispetto al potere esercitato dalla magistratura al di fuori delle aule di giustizia. Tanto è vero che io in quei mesi, da presidente dell’Anm, frequento spesso, non solo in occasioni formali, il Palazzo della Consulta, sede della Corte che sta proprio di fronte al Quirinale allora abitato da Giorgio Napolitano, con il quale sono in costante contatto.


In che senso «non solo in occasioni formali»?


La posizione della magistratura associata era chiara e io stesso mi ero confrontato con il presidente Napolitano: per noi il Lodo Alfano doveva essere abolito e Berlusconi processato. Ovvio che per trovare il modo di arrivare all’obiettivo tenevo rapporti stretti con i miei referenti alla Corte, quei magistrati distaccati che ben conoscevo e di cui parlavo prima. Sono state tante le colazioni dentro quel palazzo così algido, così distante anche nella sua architettura dal popolo. Una sorta di reggia esclusiva.


Un lavoro di lobby per affossare una legge democraticamente approvata dal Parlamento. Non è il massimo della trasparenza.


Era quello che aveva deciso il Sistema in quel momento. Non dimentichiamoci che Berlusconi e il suo governo erano i nemici del Sistema, non si poteva in alcun modo permettere che si rafforzassero con l’immunità. Quindi ognuno doveva fare il suo: i procuratori che stavano indagando su Berlusconi avanzare eccezione di costituzionalità, il Csm proteggere loro le spalle, l’Anm suonare la grancassa del rischio colpo di Stato e affini, i partiti di sinistra e i sindacati mobilitare le piazze, i giornali di area dare grande rilevanza a tutto questo. Da ultimo, non in ordine di importanza, il presidente della Repubblica a cui era toccato, per dovere d’ufficio, controfirmare quella legge. Insomma, bisognava preparare il terreno perché la Corte costituzionale alla fine facesse il suo, sentendosi ben supportata.


Una partita impari.


Berlusconi mette in campo un parere favorevole al Lodo Alfano dell’Avvocatura di Stato, ufficio che dipende dalla presidenza del Consiglio, quindi da lui. E avvicina gli unici due giudici della Corte di nomina del centrodestra, Luigi Mazzella, già suo ministro in un precedente governo, e Paolo Maria Napolitano. La cena avviene a casa Mazzella nel giugno di quel 2009, vi partecipano anche Gianni Letta e Carlo Vizzini, oltre che lo stesso Alfano. L’incontro non costituisce reato – i giudici costituzionali non sono soggetti alle stesse restrizioni di quelli ordinari – ma la notizia della cena, guarda caso, viene fuori, e gettata in pasto all’opinione pubblica diventa un boomerang per il Cavaliere.


Finale scontato.


Il 7 ottobre 2009 la Corte, con nove voti contro sei, dichiara l’incostituzionalità del Lodo Alfano, con la motivazione che per introdurre l’immunità alle alte cariche dello Stato non basta una legge ordinaria ma ne serve una costituzionale, dato che la materia va a toccare il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge.


Poteva andare diversamente?


In punta di diritto sì. Quella sentenza smentisce la sentenza con cui la stessa Corte, due anni prima, aveva bocciato il Lodo Schifani, antesignano di quello Alfano... Il dato politico è che la magistratura nel 2009 ha vinto, che Silvio Berlusconi poteva rimanere, come è stato, sotto inchiesta e sotto processo, e questo è dovuto al fatto che la Corte costituzionale, grazie al meccanismo che regola la nomina dei suoi giudici e dei suoi assistenti di studio in funzione delle logiche delle correnti, ha fatto Sistema.


Per lei sarà stato come appiccicarsi al petto una medaglia.


Non lo nego, fu una stagione esaltante, celebrata anche da Roberto Vecchioni nella canzone Chiamami ancora amore, con la quale, altro schiaffo al berlusconismo, due anni dopo vinse il Festival di Sanremo... Ma siamo nel 2011, e grazie anche alla bocciatura del Lodo Alfano Berlusconi è accerchiato: anche gli artisti, con il lasciapassare della Rai, si uniscono al Sistema. La battaglia sta per essere vinta, alla fine di quell’anno il governo cadrà. Ma altre cose bollono in pentola.


Da Il Giornale del 9.2.2022

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