Piera Degli Esposti pubblica "L'Estate di Piera", un noir dalle atmosfere hitchcockiane

Piergianna Degli Esposti, attrice, regista e scrittrice di successo:


"Gigi Proietti è rimasto un bambino sino alla morte. Anche io mi sento ancora una bimba”.


“Mia madre amava l’amore in tutte le forme, più di ogni cosa. Da lei ho imparato che non si può vivere senza fantasie amorose”


“Mi indigna chi nega la potenza del Covid. E’ un oltraggio a chi muore e a chi lotta per sopravvivere”



Piera Degli Esposti, lei ha appena pubblicato il suo ultimo libro, “L’estate di Piera”, un noir, che evoca atmosfere alla Hitchcock. Come le è venuto in mente di cimentarsi in un genere, che sembra astruso rispetto alla sua carriera e alla sua vita?

Ho sempre avuto una passione per il delitto, non come fatto di sangue, ma come indagine e ricerca del colpevole. L’idea è venuta alla Rizzoli, io l’ho colta come una grande opportunità, anche perché c’era la possibilità di lavorare, fianco a fianco, con un uno scrittore di libri gialli, Giampaolo Simi, la persona ideale per entrare nel mondo del mistero, che mi attrae e, in fondo, fa parte di me. Da sempre, quando sono sul palcoscenico, sogno di dire “Non si nasconda, venga fuori…”.

Attrice straordinaria, regista, scrittrice, una donna che lascia il segno, una vita spericolata. Chi è Piera Degli Esposti?

A me non basta recitare diligentemente quello che mi chiedono i registi e neppure mi basta il successo facile. Sono attratta dalle imprese, anche quando sono pericolose e scandalose. Ad esempio, quando ho raccontato di mia madre nel romanzo scritto a quattro mani con Dacia Maraini, “Storia di Piera”, poi diventato il film diretto da Marco Ferreri. Di mia madre, che non si risparmiava nell’amore, fino agli eccessi che mi hanno coinvolta personalmente. Gli attori non raccontano mai storie e vissuti “scandalosi”, come l’elettroshock praticato alla madre. Io non mi limito, mi piace avere coraggio e mettermi alla prova, laddove l’esito professionale, e umano, non è scontato. Se arrivano conferme, vuol dire che ho vinto la mia sfida. Non mi basta pronunciare parole con la giusta dizione, io mi sento attrice solo quando riesco a tirare fuori me stessa. Fino in fondo. Senza tabù. Senza aver paura di quello che possono pensare e dire gli altri. E solo in questo modo posso riuscire a emozionare.

In “Gruppo di famiglia in un interno” Luchino Visconti, l’aquila solitaria arrivata sul viale del tramonto della vita, fa dire al protagonista del film, Burt Lancaster: “Meglio la peggiore famiglia che nessuna famiglia”. Anche lei mi sembra un’aquila solitaria. Le manca una famiglia?

La ringrazio per l’accostamento a Visconti. Come aquila solitaria, ho scelto che la mia famiglia fosse per sempre mio padre e mia madre. Una scelta che non ha escluso molti fidanzati, compagni di vita, che non ho, però, voluto diventassero padri dei miei figli. Io ero e sona sono troppo figlia di me stessa, troppo problematica, per avere un figlio. Non ho, quindi, in questo senso nessun rimpianto. Quanto al marito, forse è stato un piccolo errore. Ora capisco che sia un bene percorrere in due il viale del tramonto. Ho amici, amiche, anche qualche corteggiatore. Penso anche, però, che per vivere io debba avere familiarità con tutto quello che ho più vicino e io la familiarità l’ho con il passato, con mio padre e con mia madre. La familiarità con il passato mi dà tanta forza. Noi viviamo per dimenticare. Io faccio fatica a dimenticare, anche perché ora sono in viaggio verso una meta che non prevede il ritorno. Mia madre è stata, oltre a quello anche di scabroso, che ho raccontato, una grande figura di donna. Lei amava l’amore, ogni forma d’amore, era generosa, non si risparmiava. Mi ha lasciato in eredità la sua scelta, l’istinto, di non voler vivere, neppure un giorno, senza la compagnia di una fantasia amorosa. L’amore combatte la morte. Mia madre mi ha fatto, quindi, un grande regalo. Mi ha riempito, per sempre, la testa e la mente di fantasie e di giochi amorosi. Mia madre non era una ninfomane, come dicono per farla fuori un’altra volta, aveva una grande forza, un grande trasporto, che ha trasmesso a sua figlia. Certo non era il suo un metodo Montessori, molte cose hanno lasciato le persone indignate, come i suoi incontri intimi con la figlia presente e magari complice, ma era generosa anche nella vita di tutti i giorni, aiutava chi aveva bisogno di lei, si faceva amare. Aveva una propensione per l’amore tout court, non solo per la sensualità e il sesso. Non si faceva solo baciare e faceva baciare in sua presenza la figlia. Aveva una potenza amorosa, che la rendeva grande e per me indimenticabile.

Ha amato molti uomini?

Ho sempre avuto, sin da quando avevo 14 anni, una propensione per la seduzione. Sapevo di essere attraente. Giocavo alla donna che conquista. E li amavo solo fino a quando il gioco non era finito e io avevo vinto. Smettevo di amarli, quando loro si innamoravano di me. Mi attraeva quello che veniva prima, il mistero, chi era o non era lui, se io gli piacevo e quanto. L’amore che persiste erano mio padre e mia madre, non sono mai stata io.

Qualcuno, più degli altri, le è rimasto nel cuore?

Forse Alberto, il mio ultimo compagno di vita. Aveva trent’anni meno di me. Amava correre. E’ morto in un incidente automobilistico. Sono stata con lui quattordici anni. Tutti pensavano che ero ad amarlo pazzamente e, invece, era soprattutto il contrario. Ho avuto un senso di colpa, che ancora non mi abbandona.

Calderon de la Barca ha scritto che vita è sogno. Lei ha ancora un sogno da esaudire?

Vorrei interpretare Piera Drago, la protagonista del mio libro “L’estate di Piera”, che ha la mia faccia in copertina. Vorrei riavvolgermi nel suo e mio mistero. Io mi sono sempre vista come un caso. Il mio sogno sarebbe quello di interpretare il caso che sono sempre stata e sono, nel bene nel male, rimasta.

Lei appare nel film “Il tempo delle donne”, dedicato a Nilde Jotti e presentato quest’anno al Festival di Venezia. Fra tutte le donne e gli uomini, che ha conosciuto, quale è il suo numero uno?

Forse proprio lei. Mio padre mi portava a Bologna, in Piazza Maggiore, dove c’erano le effigie dei martiri della Resistenza. Nilde Iotti non era una martire, ma della Resistenza e dei suoi valori è stata un’interprete senza uguali.

Lei ha cominciato con Gigi Proietti, nella teatro romano dei 101 di via Euclide Turba, nel quartiere Prati. Chi era Proietti?

Dell’attore, dell’artista straordinario che è stato, sappiamo tutti. Dell’uomo, dico che era un generoso, uno che voleva consolare, facendo ridere ed emozionare. Voleva catturare l’attenzione solo per divertire. E poi era un eterno ragazzo, uno di quelli che invecchiano fuori, ma dentro rimangono eternamente bambini. Anche io ho mantenuto, dentro di me, la bimba che ero.

Che cosa la indigna di più nel suo mondo?

Sono figlia di un sindacalista. Mi indignano i raccomandati. Mi indigna chi conquista una parte, e magari te la strappa, non in ragione del talento, ma grazie a scorciatoie ed espedienti. Di che cosa sto parlando, lei lo sa meglio di me.

E, più in generale, che cosa non sopporta?

L’indifferenza e soprattutto il cinismo.

Ma ci sono cose più concrete, magari recenti, che la fanno arrabbiare?

Non sopporto chi sta negando l ’esistenza e la forza del Covid. Se la gente pensasse più agli altri, si sarebbe accorta di quello che sta accadendo e avrebbe evitato di pronunciare parole avventate. E’ facile dire certe stando comodamente seduti su un divano o davanti al computer. Bisognerebbe andare negli ospedali, prima di parlare. Negano il Covid per rimuovere l’esistenza stessa della morte. Tutti vogliono negare il tempo che avanza, tutti, ora anche gli uomini, fanno di tutto per prolungare all’infinito la giovinezza apparente. La potenza del virus viene negata perché si vuole negare la potenza della morte. E’ qualcosa di profondamente ingiusto e inaccettabile. Nei confronti di Gigi, di chi è morto e di chi sta lottando in un letto d’ospedale per sopravvivere,

di Antonello Sette


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