Quagliariello, coordinatore nazionale di "Italia al Centro": il punto

Senatore, dall’alto della sua notevole esperienza, accademica e politica, che periodo storico stiamo vivendo? Dove stiamo andando?


“Il periodo storico che stiamo attraversando è molto particolare, ma non per ragioni politiche, o quantomeno non soltanto. A renderlo eccezionale sono state eccezionali contingenze: una pandemia e una guerra nel giro di due anni è qualcosa che nessuno di noi avrebbe immaginato di vivere. Gli sconvolgimenti politici sono in misura considerevole riflesso di tutto questo.


Di fronte a una crisi di questo tipo è cambiata la domanda, sono cambiate le istanze, mi auguro anche che cambi il tasso di consapevolezza della classe dirigente. Noi siamo impegnati per questo. E, al netto dell’imponderabile determinato dagli eventi esterni, la risposta alla sua seconda domanda - dove stiamo andando? - dipende in larga misura da questa consapevolezza”.


Le elezioni anticipate, si potevano, dovevano evitare, ritiene sia stata una sconfitta del moderatismo italiano?


“Le elezioni sarebbero comunque arrivate entro la prossima primavera, mancava pochissimo. Consentire al presidente Draghi di completare il suo lavoro guidando una ordinata conclusione di legislatura e mettendo in sicurezza Pnrr e legge di bilancio non sarebbe dunque stato uno scippo di democrazia. Come è noto, noi di ‘Italia al Centro’ non abbiamo condiviso ciò che accaduto.


Alle prossime elezioni ci candidiamo dunque a dar voce a quei tanti italiani che chiedono buon senso, che non voterebbero mai a sinistra ma che ritengono che la figura di Draghi e l’autorevolezza che aveva restituito al nostro Paese agli occhi del mondo siano un patrimonio nazionale da non bruciare sugli altari di un calcolo politico da parte di chi, professandosi moderato, quel governo lo stava sostenendo”.


Si è occupato anche di riforme costituzionali,  quale è il vestito ideale che uscirebbe dalla sua sartoria?


“Le gravissime emergenze presentatesi in questa legislatura hanno confermato, semmai ce ne fosse stato bisogno, la fragilità del nostro sistema politico-istituzionale. Io credo che si debba andare verso un sistema di elezione diretta del vertice dell’esecutivo, preferibilmente con un modello semi-presidenziale alla francese.


Ovviamente con tutti gli aggiustamenti del caso e un efficace sistema di contrappesi. E con la revisione di una legge elettorale totalmente inadatta al quadro politico”.


Il liberalismo di sinistra, l'idea radicale, ha sempre fatto tendenza eppur ha faticato ad avere il consenso necessario per incidere nella realtà, troppo sofisticata per l'elettore medio? O troppo contrastata.


“Da lungo tempo il mondo liberale è stato segnato da una dicotomia tra anima ‘radicale’ e anima conservatrice. La gravità della crisi di questi anni, gli sconvolgimenti che essa ha determinato e la richiesta crescente di un approccio non semplicistico alla realtà – approccio che la complessità del pensiero liberale può assicurare - avrebbero potuto determinare la ricomposizione di quel mondo fino a produrre una proposta politica unitaria al di fuori degli schieramenti tradizionali, che ovviamente lasciasse a ciascuna sensibilità lo spazio per esprimersi sui terreni più divisivi.


Oppure, in caso di persistenza di uno schema bipolare, le contingenze avrebbero potuto accrescere il peso della componente liberale in seno a ciascuno dei due schieramenti. In realtà gli eventi di questi giorni attestano che ciò può accadere soltanto sul versante del centrodestra, e la lista alla quale stiamo lavorando ne è la dimostrazione”.


La scuola politica napoletana, fatta di impegno, passione e conoscenza, può ancora produrre talenti?


“Napoli è una fucina naturale di talenti, ha questa vocazione del suo dna. Ha prodotto nel tempo scuole di imperitura eccellenza in molti ambiti dello scibile umano. In campo liberale, poi, può rivendicare a buon diritto il fatto di essere una delle capitali del pensiero.


Ora che la pandemia ha messo in discussione modelli sociali consolidati, portando alla riscoperta di quella che amo definire ‘società calda’, il Mezzogiorno è chiamato a interpretare la sfida del Pnrr e della ripartenza cogliendo questa inattesa opportunità anche per liberarsi da vizi atavici che ne hanno nei decenni imbrigliato le prospettive di sviluppo. Se ne sarà capace, e uso parole non casuali nell’anno della scomparsa di Dudù La Capria, davvero Napoli e il Sud avranno colto la loro ‘grande occasione’”.



di Stefano Alessandrini



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