Quirinale, Tavaroli: «Basta perdere ore, crisi energetica e caso Ucraina non lo consentono»



Giuliano Tavaroli, consulente per la gestione dei rischi, già responsabile della sicurezza di Pirelli e Telecom, in un’intervista a Spraynews, esorta la politica a non perdere più altro tempo per scegliere chi sarà il successore di Mattarella, considerando le urgenze del momento, come la crisi energetica e il caso Ucraina.


Mentre continuano a salire i costi delle bollette e tante sono le questioni aperte, anche a causa del Covid, la politica continua a perdere tempo per l’elezione del prossimo Capo dello Stato?


«In media un Presidente della Repubblica è eletto in dieci giorni di votazione. Siamo, quindi, ancora nella norma e nella prassi istituzionale. E’ evidente, però, che oggi ci sono variabili significative, ad esempio la crisi energetica all’orizzonte, dovuta a errori del passato e legata a fattori geopolitici come il rischio di un conflitto in Ucraina. Quello sicuramente dovrebbe occupare le attenzioni della nostra classe dirigente. In senso positivo, inoltre, non dobbiamo dimenticare quanto ci è stato detto dal Copasir, che pur apprezzando il nostro lavoro, ci ha fatto capire che serve andare avanti sul tema della transizione ecologica».


Aspetto fondamentale, in un periodo cosiddetto caldo per quanto riguarda i rapporti diplomatici, è la sicurezza dei dati, soprattutto quelli informatici. Su tale aspetto si sta agendo con la dovuta priorità?


«E’ stata creata un’agenzia di orientamento, stimolo e governo della sicurezza digitale del Paese, che ha anche il compito di definire un perimetro per difendere l’Italia in tal senso. L’evidenza, però, è una dotazione finanziaria non all’altezza di altre nazioni che hanno analoghe istituzioni, come l’Inghilterra. Tutto, quindi, procede in modo lento, con un po’ di distrazione generale. Ci preoccupiamo quando c’è un evento clamoroso, come l’incidente della Regione Lazio della scorsa estate e poi la priorità ritorna bassa, perdendo di vista il focus. E’ chiaro che scenari di guerra come quello dell’Ucraina e il ricorso di molti Paesi alla battaglia ibrida e digitale dovrebbero accelerare la consapevolezza a investire di più in tale settore rispetto a quanto si sta facendo fino a ora».


A cosa si riferisce?


«Lo stesso Pnrr alloca alla cybersecurity seicento milioni, che pur essendo una cifra importante è totalmente inadeguata rispetto al contesto di conflitto digitale che stiamo vivendo, non solo competitivo ma anche e soprattutto legato agli attacchi informatici, allo spionaggio industriale e alla disinformazione che determina le scelte dei cittadini».


La disinformazione anche nella Corsa al Colle prende il sopravvento. Come combattere le fake news?


«Con una sobrietà della politica, intanto, rispetto al dibattito e avendo gli strumenti di una buona informazione. Le persone tendono a fidarsi molto più dei social che delle autorevoli testate cartacee e online. Dobbiamo arrivare alla notizia certificata perché altrimenti tutto ciò che verrà prodotto nel grande calderone digitale sarà polemica, false notizie e disinformazione. Il 70 per cento, forse anche di più, degli utenti di Facebook, Twitter e Instragram, sono falsi. Sono bot che vengono attivati, tramite tecnologie con intelligenza artificiale, per produrre traffico, consensi, fake news e colpire con notizie inaffidabili i profili degli utenti reali».


I bot, talvolta, finiscono col creare falsi miti, come influencer che basano il loro successo su utenti falsi…


«Il problema è che tante aziende che investono sulla rete lo fanno sulla scorta di un teatrino totalmente inaffidabile e falso. Ecco perché serve informarsi e prestare attenzione in tal senso».


Ritornando al Quirinale, le grandi testate economiche internazionali, come l’Economist e il Finacial Times, dicono che senza Draghi l’Italia perderebbe credibilità. E’ d’accordo?


«Da semplice cittadino, ritengo che senza Draghi o con Draghi il problema è mal posto. L’Italia deve avere una credibilità a prescindere dal premier, che pur sta facendo, come dice il consenso unanime, un buon lavoro. Siamo ancora il settimo-ottavo Paese industriale al mondo, la seconda base industriale europea. Siamo riusciti a uscire dall’emergenza come tutte le altre nazioni, forse un po' meglio. Stiamo avendo una ripresa importante e visto una base economica che si sta rimboccando le maniche, dobbiamo solo cominciare a cambiare la narrativa del nostro Paese».


Si può farlo con l’attuale classe dirigente?


«Basta volgere lo sguardo altrove, al Paese che lavora, produce, esporta, ai medici, agli infermieri, alle forze di polizia, a tutti coloro che ogni giorno fanno il loro dovere. Anche la stampa dovrebbe dare una mano a raccontare meglio tutto ciò».


La vera sfida, al momento, è quella del Pnrr. Si sta dando la giusta attenzione al tema?


«Ho un’opinione personale. Il Pnrr passa attraverso le persone, la formazione e la capacità di mobilitare le nuove risorse che oggi abbandonano la scuola. Uno dei risultati peggiori del Covid è stato l’aumento dell’abbandono scolastico alle superiori. Abbiamo il peggior numero di laureati rispetto agli iscritti di tutti i paesi occidentali europei. Qualche giorno fa il premier tedesco ha detto che per sostenere lo sviluppo tedesco servono 400mila immigrati nei prossimi tre anni. In Europa mancano 6 milioni di professionisti digitali. Questi sono i numeri. Già partiamo con una demografia, che ci penalizza, essendo un Paese vecchio, con tassi di nascita insoddisfacenti. La strada, quindi, è formare innanzitutto il capitale umano che abbiamo».


Di Edoardo Sirignano

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