Settimanale Giallo: "Eugenio, le tue figlie meritano di sapere cosa ti è successo"

Eugenio Fasano è il maresciallo dei carabinieri morto a Roma dopo una partita di calcetto: il pm vuole archiviare il caso, ma la famiglia si oppone.


Dice la cognata: «La Procura, che ha indagato in modo parziale, sostiene che abbia avuto un infarto. Ma allora perché non è stata fatta una relazione medica sull’intervento? Le lesioni, per noi, sono compatibili con un’aggressione»




“Siamo rimasti sconvolti dalla richiesta della pm di Roma, Roberta Capponi, di archiviare il fascicolo sulla misteriosa morte di mio cognato Eugenio Fasano. In accordo con il nostro avvocato, professor Donato Santoro, abbiamo deciso di presentare opposizione alla richiesta di archiviazione, perché ci sono ancora troppi punti oscuri su cui bisogna fare chiarezza. Anche le indagini svolte sia dalla Procura militare sia da quella ordinaria sono state fatte in modo parziale. Un motivo in più per capire la dinamica dei fatti. Noi vogliamo la verità su quello che è successo quel giorno a Eugenio, che era un bravo maresciallo dei carabinieri e un affettuosissimo padre di famiglia. Come abbiamo sempre sostenuto, abbiamo fiducia nella giustizia e ci auguriamo che il giudice accolga le nostre istanze. È l’unico modo per avere giustizia”.


Non aveva alcuna patologia cardiaca.


Parla in esclusiva a Giallo Teresa Afiero, 51 anni, cognata di Eugenio Fasano, il 43enne maresciallo dei carabinieri, originario di Napoli, morto in circostanze misteriose il 24 gennaio 2019 al Policlinico Umberto I di Roma. Il cuore del sottufficiale dell’Arma ha smesso di battere dopo una lunga agonia durata 36 ore, a seguito di una partita di calcetto giocata nel primo pomeriggio del 22 gennaio nel campetto dell’Antico Circolo del Tiro a Volo, nella zona dei Parioli. È lì che Eugenio, sportivo senza alcuna patologia cardiaca, giocava regolarmente insieme con i colleghi, in un torneo amichevole organizzato da anni dal comandante della Stazione Parioli, il luogotenente Vincenzo Zito. La versione ufficiale è che il maresciallo, intorno alle 15, accusò un malore e perse i sensi, mentre si trovava nello spogliatoio del circolo. Fu soccorso e trasportato d’urgenza in ospedale, dove entrò in coma e morì due giorni dopo. Sul corpo del militare non fu effettuata l’autopsia e quando la famiglia ha avuto accesso alla cartella clinica di Eugenio ha capito che qualcosa di quella storia non tornava, perché il maresciallo aveva riportato uno pneumotorace massivo, aveva 12 costole staccate e il polmone destro perforato. Lesioni, insomma, incompatibili con le conseguenze di un infarto del miocardio. Così Teresa Afiero si era presentata in Procura e aveva presentato una denuncia in cui aveva scritto: «A mio modesto parere le lesioni sul corpo di Eugenio sembrano compatibili con una aggressione violenta» Da allora è passato un anno e mezzo e la famiglia Fasano si aspettava che a breve sarebbero arrivate le risposte sperate. Invece, come Giallo ha appreso in esclusiva, il 4 agosto scorso il pm di Roma, Roberta Capponi, ha firmato la richiesta di archiviazione del procedimento penale numero 30375/20, rimasto contro ignoti, e ha depositato l’istanza presso l’ufficio del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma. Dice l’avvocato della famiglia Fasano, il professor Donato Santoro: «Siamo rimasti sconcertati dalla decisione della Procura di chiedere l’archiviazione del fascicolo. Noi ci saremmo aspettati un’indagine approfondita per fare luce sull’oscura fine di un servitore dello Stato e per dare giustizia alla famiglia della vittima, invece non è stato fatto nulla. Non sono stati richiesti accertamenti tecnici, addirittura non sono stati ascoltati neppure i testimoni. Sto presentando l’opposizione alla richiesta di archiviazione e, a questo punto, chiederemo al gip la riesumazione del cadavere, al fine di effettuare accertamenti tecnici irripetibili che possano chiarire le vere cause della morte di Fasano, perché l’ipotesi dell’infarto non è compatibile con le lesioni sul corpo del maresciallo. Ci auguriamo che il giudice per le indagini preliminari accolga le nostre richieste e che non voglia chiudere in fretta un caso in cui si ravvisa l’ipotesi di omicidio, quantomeno colposo».


E' arrivato in clinica dopo quasi due ore.



Per capire meglio la vicenda, ripercorriamo le ore cruciali che hanno portato alla tragica fine del maresciallo, arrivato a Roma dalla Sardegna nel 2006 e dal 2013 in servizio alla stazione dei carabinieri Roma Salaria. Alle 14 di quel maledetto 22 gennaio, Fasano entra in campo insieme con i colleghi. Finita la partita, la squadra si ritira negli spogliatoi e alle 15 Eugenio si accascia sul pavimento con un «arresto cardio-circolatorio in infarto miocardio acuto». Il circolo ha a disposizione un defibrillatore, con il quale avrebbero potuto tentare di rianimare subito Eugenio, ma a nessuno viene in mente di usarlo. 15 minuti dopo chiamano i soccorsi, eppure non vengono attivati i sanitari del 118. I presenti decidono di chiamare il colonnello medico Maria Elena Silvotti, partita dall’infermeria del Comando generale dell’Arma. La dottoressa, come emerge dalla cartella clinica dell’ospedale, alle 15.35 usa il defibrillatore Dae ma ormai è tardi. Eugenio è in coma e non resta che chiedere l’intervento dell’ambulanza. Ne arrivano due, la prima dopo 9 minuti dalla chiamata, la seconda dopo 11 e a quel punto i mezzi corrono verso il Policlinico Umberto I, ma il maresciallo viene “scaricato” al pronto soccorso alle 16.46, ben un’ora e 46 minuti dopo il malore. Lì nessuno comunica ai medici d’urgenza le generalità dell’infartuato. È solo con l’arrivo dei familiari all’ospedale che viene fatto il riconoscimento e sulla cartella clinica di Eugenio viene scritto il suo nome. Allora cominciano i dubbi della famiglia, alla vista del corpo del maresciallo, tumefatto in volto, con il labbro spaccato, le costole fratturate, un’arteria rotta, un polmone e lo sterno perforato. Molte le cose che non tornano. Prima fra tutte proprio l’intervento dell’ufficiale medico Silvotti, che ha raggiunto il posto con l’auto di servizio dei carabinieri e che avrebbe dovuto esibire una relazione relativa all’intervento, che però non risulterebbe redatta. Inoltre il defibrillatore, preso dall’infermeria del Comando generale e usato dalla dottoressa, avrebbe dovuto fornire tutte le fasi del tentativo di rianimazione. I Dae di ultima generazione, infatti, “parlano” e funzionano come una sorta di scatola nera, in quanto registrano non solo i parametri vitali ma anche tutto ciò che succede attorno durante il soccorso, comprese le voci dei presenti. Della registrazione, che avrebbe potuto dissipare ogni dubbio su cosa è realmente accaduto nello spogliatoio, non c’è alcuna traccia. Perché? C’è poi il mistero delle due ambulanze, che dal circolo si sono dirette all’Umberto I. Chi hanno portato, oltre a Eugenio, che ovviamente non poteva essere contemporaneamente su due mezzi? Infine, dal tracciamento del telefono del maresciallo risulterebbe che prima di dirigersi in ospedale lo smartphone avrebbe fatto una “sosta” al Comando generale dei carabinieri. Eppure le indagini non hanno fornito risposte a nessuno di questi interrogativi. Conclude Teresa Afiero: «Noi non ci arrendiamo, soprattutto le bambine meritano di sapere com’è morto il loro papà».

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