Turci: «La sinistra non può avere le stesse facce da 20 anni. Meglio Conte che tanti ministri Pd»






Lanfranco Turci, più volte presidente della Giunta Regionale dell’Emilia Romagna ed ex sottosegretario all’Industria nel governo D’Alema, in un’intervista esclusiva a Spraynews, pur ritenendo come la coalizione che ruota intorno al Pd nella sua Regione, non abbia alcuna difficoltà a vincere alle amministrative, considerando l’inconsistenza delle opposizioni, chiede agli storici riferimenti di mettersi da parte, lasciando spazio a volti giovani e nuovi, ma prende anche le distanze da quel Pd di Bonaccini, che per lui, non è molto diverso dalla Lega di Zaia. Allo stesso tempo, effettua una riflessione rispetto alla discussa riforma della giustizia.



Tanti i personaggi della politica, che dopo aver pagato il prezzo di accuse, poi rivelatasi infondate, vengono assolti. Alemanno, Ferrandino, Cesa sono solo alcuni esempi. Che idea si è fatto rispetto a tutto ciò?



«Non sono mai riuscito a farmi un’idea di come andrebbe riformata la giustizia perché è una di quelle cose che dipende dai diversi punti di vista. Se guardi all’impunità di cui godono tanti crimini, ma anche tanti colletti bianchi, ti verrebbe la tentazione di abolire la prescrizione, adottare norme più restrittive, ma allo stesso tempo poi vedendo innocenti stritolati ingiustamente è chiaro come bisogna andare nella direzione opposta. Ho preferito, pertanto, mai sbilanciarmi né dall’una, né dall’altra parte».



Quanto serve una riforma della giustizia?



«Non lo saprei dire. La riforma, proposta dalla ministra Cartabia, sembrerebbe essere attenta rispetto alle contrapposte esigenze. Il vero punto è evitare quelle misure, soprattutto sollecitate dal centrodestra, che darebbero la possibilità a chi è in grado di farsi difendere da avvocati pagati a suon di milioni, di allungare le cose fino ad arrivare alla cancellazione degli stessi processi. Non ho capito bene se la tanto discussa riforma taglia anche le unghie a queste furbizie di allungamento dei tempi da parte degli avvocati difensori».



Cosa ne pensa, invece, dei referendum proposti da Lega e Radicali?



«Ho molti dubbi. Se non sbaglio c’è la vecchia proposta sulla responsabilità civile dei

magistrati. Quando si riesce a dimostrare che c’è dolo è chiaro che il togato deve rispondere come qualunque altro cittadino, ma allo stesso tempo serve stare anche attenti a colletti bianchi che vorrebbero cambiare per intimidire la magistratura a propria convenienza».



Qualcosa, però, sta cambiando, ad esempio, nel Pd dove in tanti stanno abbandonando la linea giustizialista…



«Il giustizialismo si può leggere in vari modi, sia con un approccio totalmente negativo, ma pure in atteggiamenti che poi non lo sono così tanto. Ritengo, comunque, che facendo un discorso un po' opportunistico, dopo la lunga battaglia intrapresa contro Berlusconi, si sia capito che fare la lotta alla destra solo in nome dei reati veri o presunti, non porta da nessuna parte. Non a caso c’è ancora qualcuno che oggi fa il suo nome come presidente della Repubblica. Sarebbe ingiusto dire quando si parla di reati di politici o di personaggi pubblici che le cose hanno un solo colore. Sarebbe una forzatura senza fondamenti. Questo spiega come si sta attenuando sempre più il clima da quando c’è stato lo scandalo di Tangentopoli e lo stesso Pd, che ha beneficiato dell’ondata giustizialista per molto tempo, si è reso conto che tale strategia alla fine non porta lontano».



Tornando alle questioni politiche, il Pd deve allargare il campo e non pensare solo all’accordo con i 5 Stelle?



«Faccio premessa che non considero il Pd un partito compassionevole con un minimo di senso sociale, ma una parte della cultura dominante, che oggi caratterizza sia la destra che la sinistra. Quando parliamo della politica europea, non vedo distinzione tra Draghi e il Pd o tra Berlusconi e i dem. In sostanza c’è una comune visione per cui la cultura dominante è quella del liberismo, pur facendo alcune battaglie per i diritti civili, alcune giuste e altre meno. Ho un’idea diversa della sinistra. Anche da questo punto di vista la situazione, però, è un po' deludente, considerando che abbiamo tre o quattro partitini che non riescono a sfondare, ma continuano a litigare tra loro, ottenendo percentuali ridottissime. Ciò detto, un asse Pd-5 Stelle può stare nell’ordine delle cose se il Movimento si normalizza sotto la guida di Conte, cosa al momento molto precaria. Riguardo l’ex premier, invece, posso dire che in lui spesso ho visto molte idee orientate a sinistra. L’ex presidente del Consiglio spesso ha portato avanti istanze della sinistra che i dem avevano già abbandonato. Stesso discorso vale per il reddito di cittadinanza. Renzi può dire quello che vuole o fare addirittura il referendum. Sta di fatto che si tratta di una misura, pur essendoci chi si intrufola illegittimamente, che ha aiutato la parte più povera del Paese. Ragionamento simile per i provvedimenti dei 5 Stelle sui contratti a termine o quelli effettuati dal ministero del Lavoro nel primo e nel secondo governo Conte. Stiamo parlando di un orientamento socialmente accettabile, molto più di quello di diversi ministeri a guida Pd».



Lei è uno storico riferimento della sinistra, perché oggi c’è tanta difficoltà a ritrovarsi e organizzarsi, mentre invece negli anni 50 e 60 veniva vista quest’area come modello di unità…



«Ritengo che nei fatti ci sia un logoramento di quel personale politico. Non puoi avere per 15 o 20 anni le medesime figure che si presentano come leader della sinistra radicale. Ci sarebbe, invece, bisogno di volti più giovani e nuovi. Ho preso la tessera di Sinistra Italiana per solidarietà a tanti amici con cui avevo condiviso un percorso, ma ritengo che anche quel filone, come gruppi di dirigenza, si stia esaurendo. La gente vuole facce diverse. Esiste poi il problema delle politiche neoliberiste che nei fatti hanno scoraggiato tanti elettori che prima votavano Pc o Ds, allontanandoli dal voto o addirittura spostandoli sulla Lega. A questo, si aggiunge il problema della litigiosità. Troppi partiti in Italia si chiamano comunisti. Non mi affascina la gara per accaparrarsi un aggettivo».



Considerando la sua esperienza, vede un profilo in grado di guidare la sinistra?



«Al momento faccio fatica. Seguendo i social e leggendo i libri, comunque, vedo diversi volti nuovi, molto combattivi, che nessuno prende neanche in considerazione. Non voglio, però, bruciarli. Bastano, infatti, tre comparsate nel talkshow sbagliato per distruggere per sempre un profilo emergente. Questi format non hanno intenzione a valorizzare quelle figure che hanno potenzialità».



A breve si voterà per le amministrative. La sinistra manterrà le sue storiche roccaforti in Emilia Romagna?



«La vittoria a Bologna della coalizione che ruota intorno al Pd è fuori discussione. Ravenna la conosco meno, ma anche qui non vedo grosse difficoltà per le notizie che ho, né ci sono possibilità per la destra. In Emilia, il centrodestra, salvo piccoli Comuni o casi eccezionali come Ferrara, non è riuscito a far emergere una classe dirigente. Non a caso a Bologna si continua a litigare su chi candidare alla guida della coalizione conservatrice, dopo che il ragionamento malizioso sulla Conti è venuto meno. Gli stessi leader nazionali del centrodestra speravano che quest’ultima dopo aver perso le primarie facesse una lista contro il Pd, dando così loro la possibilità in seguito di buttarsi su di lei. Menomale non è andata in tal mondo. A Bologna il centrodestra vede col binocolo il Comune. Stesso discorso a Ravenna, dove non esistono grandi opposizioni».



Possiamo dire, pertanto, che il modello amministrativo emiliano regge ancora?



«Nel Veneto, la Lega è riuscita a tenere in vita e rivitalizzare la macchina di potere, elettorale e organizzativa della Dc. Al contrario, in Emilia, il centrodestra non è riuscito, salvo casi marginali, a crearne una nuova, né poteva certamente pensare di impadronirsi di quella che proveniva dalla sinistra storica. La vittoria oggi di molti amministratori ex ulivisti, ma soprattutto ex Ds, è la capacità ancora di tenuta di una macchina di gestione potente. Questo spiega perché nella gran parte delle nostre città continuano a vincere coalizioni che ruotano intorno al Pd. Serve, comunque, fare attenzione a un aspetto fondamentale. La sinistra che governa questa regione, in molte cose, non è diversa dalla destra del Veneto. Bonaccini e Zaia, ad esempio, fanno a gara a chi è più ortodosso sostenitore del regionalismo differenziato, dimenticando che sarebbe la botta finale per l’unità d’Italia, considerando come la crisi colpisce diversamente le varie parti del Paese».


Di Edoardo Sirignano

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